L'ornamento architettonico dopo il diluvio
Note al margine della riconfigurazione del presbiterio
della cappella del Sacro
Cuore
nella Casa di Riposo Giacomo
Cusmano,
S. Giuseppe Jato (Palermo).
Ottobre 1998
Sommario
2.
PARTE PRIMA: DECLINO E RINASCITA DELLA DECORAZIONE
2. 2. Prima tappa: dentro
il labirinto
2.
3. Dentro i meandri più bui
2. 4. Seconda tappa:
claustrofobia
2. 5. Terza tappa: il filo
di Arianna
2. 6.
Alcune considerazioni sull’arte sacra
3.
PARTE SECONDA: UN ESEMPIO ATTUALE DI IMPIEGO DELLA DECORAZIONE
3. 1. Tra architettura e
liturgia: le norme per l’adeguamento liturgico
3.
2. Il luogo dell’intervento
3. 5. Ambone &
candelabro pasquale nella tradizione
3. 6. Ambone &
candelabro pasquale nel progetto
3.10. Un precedente significativo: il tabernacolo di Isola delle
Femmine
3.13. Valutazione del lavoro degli artigiani
Per pulchra ad unum, verum, bonum.
INTRODUZIONE
Nel 1986
ottenni la laurea in architettura. Due anni dopo, il parroco di una borgata
marinara alla periferia di Palermo mi propose di progettare un altare e un
ambone per la sua chiesa. Esitai un po’ prima di accettare, perché nutrivo una
certa diffidenza nei confronti del tema dell’architettura per il culto. Era la
prima volta che me ne occupavo.
Mi
tratteneva la constatazione che l’architettura accademica non si occupava della
progettazione dello spazio liturgico da parecchio tempo [1].
Sull’argomento regnava un silenzio gravido di ostilità, rotto soltanto dalle
sporadiche opere di alcuni maestri del Movimento Moderno e dal fenomeno Michelucci, che costituiva un
caso isolato [2]. Il
Sessantotto aveva lasciato traccia negli slogan aggressivi che circolavano nelle
facoltà di architettura: più case, meno
chiese; cloro al clero; ecc.
Dopo aver
mosso i primi passi circospetti su quello che mi appariva sempre di più come un
campo minato, mi entusiasmai progressivamente al tema. Dal 1988 ad oggi ho
elaborato più di dieci progetti di spazio cultuale. Ho partecipato a due
concorsi di progettazione per la realizzazione di nuove chiese, in aree
periferiche di Milano e di Roma, e ad un concorso per l’adeguamento del
presbiterio di una chiesa barocca in Liguria. Ho progettato tre cappelle per il
culto, di cui una sola realizzata, e la riconfigurazione del presbiterio di
cinque chiese, due realizzate, due in fase di realizzazione.
Per
l’arredo liturgico di queste chiese ho disegnato nove altari (tre realizzati, uno in lavorazione), otto amboni (due realizzati, uno in
lavorazione), cinque fonti battesimali
(uno realizzato, uno in lavorazione), quattro
tabernacoli (due realizzati).
In questi
anni ho avuto modo di riflettere a lungo sull’argomento, confrontando l’esito
delle mie ricerche con l’opinione di artisti e di artigiani che operano nel
settore. Ritengo che adesso sia giunto il momento di fare una verifica del
lavoro svolto. Parlare di architettura per il culto è inoltre un pretesto che
consente di ampliare il discorso allo stato
dell’arte più in generale.
L’obbiettivo
non è quello di ricostruire le tappe del percorso labirintico attraverso il
quale si giunge, partendo dal programma progettuale, alla realizzazione di
un’opera architettonica. È sempre difficile tentare una ricostruzione del
genere, giacché bisognerebbe davvero ridisegnare un labirinto. Non esiste una
creazione architettonica immediata e lineare. Per immaginarla, l’architetto
avrebbe bisogno di un’intelletto angelico, anzi divino [3].
È
opportuno invece descrivere i criteri ispiratori a cui mi sono attenuto nella
progettazione di chiese, in quanto tali criteri si collocano in un contesto più
ampio. Il mio desiderio è quello di affrontare una questione spinosa di
carattere generale: l’architettura moderna si è persa in un altro labirinto, quello costituito dalla
babele attuale dei linguaggi progettuali. Da circa cinquant’anni a questa parte
sono in molti a denunciare la difficoltà di lavorare senza punti di riferimento
chiari, ma nessuno riesce a trovare la soluzione al problema.
Pare che
il trucco per uscire da un dedalo, per quanto inestricabile possa essere, sia
quello di scegliere una delle due pareti del corridoio e camminare senza
staccarsene mai. Presto o tardi, ma senza possibilità di restare delusi, si
troverà l’uscita.
La parete dell’architettura moderna che
occorre seguire è quella costituita dalle sue premesse razionaliste. È vero
infatti che tali premesse hanno consentito un progresso indiscutibile dell’arte
del costruire [4]. Ma è
altrettanto vero che esse hanno prodotto una grave perdita di tutte le
acquisizioni della sapienza architettonica classica.
La lanterna per fugare le ombre del
labirinto e dirigersi verso l’uscita è costituita dai richiami alla filosofia
perenne e alla teologia cristiana che si troveranno nelle pagine che seguono.
Qualcuno potrà stupirsi di quella che può considerare una ibridazione tra
ambiti disciplinari eterogenei, ma non ce n’è motivo. A parte il fatto che le
opere in questione sono architetture per il culto [5],
ritengo che non si possa mettere fra parentesi il riferimento a Dio quando si
parla di cultura e di arte. Cambiano molte cose se il presupposto fondamentale
di una civiltà è l’ateismo oppure la fede [6].
Non si
tratta di attribuire superficialmente alla fede cristiana un valore salvifico
nei confronti della dolorosa frattura che si registra ai giorni nostri tra i
diversi ambiti del sapere. Le spesse barriere esistenti tra le varie discipline
possono essere abbattute, innanzitutto, se si risolve un dilemma di tipo
gnoseologico: la realtà esiste e può essere conosciuta, come insegna il
realismo? ovvero si trova al di fuori della portata dei sensi e dell’intelletto
umano, come sostengono i filosofi moderni [7]?
Per
quanto mi riguarda considero esatta la prima posizione. Non mi convince affatto
la frammentazione che deriva dal relativismo della cultura dominante ai giorni
nostri, caratterizzata da una serie innumerevole di petizioni di principio contraddittorie. Questa ricerca è fondata
proprio sul tentativo di recupero del realismo in architettura.
Partendo
dalle premesse del pensiero realista (aperto alla ricerca della verità, cioè
non ideologico), si scopre che Dio Creatore non solo è conoscibile ma è anche
la sola realtà evidente quoad se.
Riscoprire l’unità del reale, radicata nel fatto che ogni ente partecipa
dell’Essere per Essenza, consente di ricucire l’unità del sapere. Ogni
disciplina, infatti, esamina con metodi specifici uno dei molteplici aspetti
dell’unica realtà.
Si tenga
presente che l’architettura, oltre che un’arte, è una disciplina pratica di
sintesi del sapere. Per questo motivo non è possibile affrontare la
progettazione in modo soddisfacente se non si può contare sulle risposte
corrette ai quesiti delle discipline settoriali.
Questo
studio si divide in due parti. Nella prima viene esposta una tesi che non
riguarda globalmente l’architettura, bensì una delle sue componenti,
l’ornamento architettonico. Nella seconda viene presentato un esempio
realizzato di impiego innovativo della decorazione.
La tesi
può essere riassunta in cinque punti:
a) la decorazione ornamentale delle
architetture classiche si svuotò di significato verso la fine del XVIII secolo
e non venne sostituita da una più idonea alla sensibilità moderna;
b) tra il XIX e gli inizi del XX secolo si
scatenò un movimento fortemente ideologizzato (il diluvio) contro l’ornamento;
c) tale movimento provocò un impoverimento
progressivo e radicale dell’architettura, che ha raggiunto ormai livelli
insopportabili per l’uomo contemporaneo;
d) la soluzione proposta non è tanto quella,
invocata da alcuni, di riesumare la plastica architettonica del passato quanto
quella di ricuperare il senso del simbolo che le stava dietro;
e) nel caso dell’architettura per il culto
ritengo non soltanto auspicabile ma persino indispensabile che questo avvenga.
Nuove
simbologie possono fondare nuove koinè,
vale a dire nuovi linguaggi comuni a un’intera civiltà. Più di una volta ho
avuto modo di sperimentare che la gente apprezza ancora le forme simboliche.
Non è vero, come sospetta qualcuno, che l’uomo di oggi non le capisca, sebbene,
indubbiamente, sia stato disabituato all’uso di tale veicolo comunicativo.
I simboli
fanno riferimento alla verità da essi significata. La ricerca della verità è
ricerca di fondamenti oggettivi, nei limiti consentiti alle capacità
conoscitive dell’uomo. Da queste premesse possono derivare svariate forme
artistiche, perché ci muoviamo nel campo dell’opinabile (non del soggettivo).
Nessun canone può pretendere di esaurire la bellezza.
La mia
ambizione è quella di rivolgermi a un pubblico vasto e diversificato: i
committenti, i fruitori, gli artigiani e anche - perché no? - i miei colleghi e
gli artisti. Questa scelta comporterà il rischio di dire cose simultaneamente
ovvie per gli uni e ignote, o addirittura oscure, per gli altri. Ma l’opera
d’arte, nel caso dell’architettura, non è mai frutto del lavoro dell’architetto
da solo. Essa è il risultato di un impegno corale. Per questa ragione spero di
attrarre l’attenzione di tutti i protagonisti del progetto. Considero di vitale
importanza che il cambiamento nel modo di affrontare la progettazione
architettonica derivi da una consapevolezza diffusa del malessere e delle sue
cause, da un lato, e dei possibili rimedi, dall’altro.
Per
concludere, si tenga presente che questo studio tratta anche, in parte, alcune
vicende personali degli uomini che hanno introdotto cambiamenti rivoluzionari
nell’architettura. L’avventura delle idee è l’avventura degli uomini che le
elaborano, nella storia dell’arte così come in tutta la storia dell’umanità, in
un gioco di influenze reciproche fra modo di vivere e modo di pensare.
PARTE PRIMA
DECLINO E
RINASCITA DELLA DECORAZIONE
Agli
inizi del Novecento si scatenò sull’architettura un violento uragano, che
spazzò via tutto il bagaglio di esperienze raccolte ed elaborate dall’uomo sin
dalla sua comparsa sulla faccia della terra [8].
Il nubifragio trascinò nella sua furia tutto quanto, senza fare distinzione fra
le tradizioni di valore perenne e quelle ormai obsolete.
Le spinte
verso un rinnovamento dell’architettura risalgono alla seconda metà
dell’Ottocento e c’è chi ravvisa i primi sintomi già alla fine del Settecento,
definendo alcuni architetti di quell’epoca i
primi moderni. Ritengo opportuno però cominciare questa storia dal periodo
immediatamente successivo alla conclusione della prima guerra mondiale, quando
le varie esperienze delle avanguardie confluirono nella nascita di quello che,
nell’insieme, viene denominato Movimento Moderno. Man mano che sarà necessario
approfondire i presupposti dell’architettura moderna faremo qualche incursione
nei secoli precedenti al nostro.
Nel 1919
l’arch. Walter Gropius (Berlino 1883 -
Boston 1969) fondò una rivoluzionaria scuola di architettura, lo Staatliches Bauhaus, che aprì i suoi
corsi a Weimar con un programma dal tono profetico e oscuro [9].
Il pittore americano Lyonel Feininger (New
York 1871-1956), tra i primi collaboratori di Gropius nella scuola, disegnò
la copertina espressionistica del programma. La xilografia rappresentava una
cattedrale da cui si diramavano fasci di luce e contribuiva a conferire un che
di inquietante agli obiettivi del Bauhaus.
I giovani
architetti e artisti che venivano al Bauhaus per vivere e studiare e apprendere
dal Principe d’Argento [10] parlavano di
“ripartire da zero”. La si udiva di continuo questa frase: “ripartire da zero”.
Gropius dava il suo avallo a qualsiasi esperimento che essi intendessero
compiere, purché fosse in nome di un puro e pulito futuro. Persino a nuove
religioni, come la Mazdanan. Persino
a nuovi, salutari regimi dietetici.
Per un
certo periodo al Bauhaus si mangiarono solo verdure fresche. Era una dieta
tanto blanda e fibrosa che bisognava aggiungere un bel po’ di aglio per dare un
tantino di sapore ai piatti.
A
quell’epoca Gropius era sposato con Alma Mahler, già moglie di Gustav Mahler:
la capostipite di quella meravigliosa dinastia di Vedove d’Arte del Novecento.
Alma ebbe a dire, in seguito - ci riferiscono gli storici - che i contrassegni
dello stile Bauhaus erano tetti piatti, spigoli di vetro, materiali genuini e
struttura dichiarata. Però, si affrettava a soggiungere Alma Mahler Gropius
Werfel (che frattanto aveva aggiunto il poeta Franz Werfel alla sua collezione
di mariti), la caratteristica più indimenticabile dello stile Bauhaus era “il
fiato che sapeva d’aglio”.
Ciò
nondimeno... quant’era bello, pulito, glorioso... ripartire da zero! [11]
A prima vista
sembrerebbe che gli epigoni delle avanguardie prendessero le mosse dalle utopie
socialiste e dall’ideologia marxista.
“Pittori,
Architetti, Scultori, tutti voi, alle cui opere la borghesia offre lauti
compensi - per vanità, per snobismo, per noia -, ascoltate! Quel denaro è
intriso del sangue e del sudore e dell’energia nervosa di migliaia di poveri
esseri umani. Ascoltate! Basta con gli sfruttatori!... Noi dobbiamo essere veri
socialisti, a noi spetta accendere nei cuori la più alta virtù socialistica: la
fratellanza fra gli uomini.”
Così
esortava un manifesto del Novembergruppe, di cui facevano parte Moholy-Nagy e
altri architetti che, in seguito, aderiranno al Bauhaus. Gropius presiedeva il
Consiglio per l’Arte (Arbeitsrat
für Kunst) del Novembergruppe, il quale
mirava a riunire insieme tutte le arti “sotto l’ala di una grande architettura”
che sarebbe stata “impresa del popolo intero”. Come tutti sapevano nel 1919, il
popolo intero era sinonimo di
operai. “L’intellettuale borghese si è
dimostrato inetto come portatore della cultura tedesca,” diceva Gropius.
“Vengono su, dagli strati profondi, nuove forze non ancora intellettualmente
sviluppate. Esse sono la nostra principale speranza.”
L’interesse
di Gropius per il “proletariato” o il “socialismo” si rivelò semplicemente un
fatto estetico e alla moda [...]. Tuttavia - come diceva Dostoevskij - le idee
hanno conseguenze. Lo stile Bauhaus procedeva da alcune salde premesse. Primo:
la nuova architettura era destinata agli operai. Il più sacro di tutti i
traguardi: perfetti alloggi per lavoratori. Secondo: la nuova architettura
doveva espungere tutto ciò che era borghese.
Siccome
tutti quanti gli addetti ai lavori - gli architetti non meno dei burocrati
socialdemocratici - erano borghesi essi stessi, nel senso letterale e sociale
del termine [12], ecco che
“borghese” veniva a essere un epiteto atto a significare tutto quello che
volevi fargli dire. Serviva a bollare qualsiasi cosa non di tuo gusto nel
tenore di vita della gente, dal manovale in su. La cosa principale era non
progettare niente di fronte al quale qualcuno potesse esclamare, con un
sogghigno: “Ma che borghese!” [13]
La
progettazione della casa divenne il
fine principale della ricerca architettonica. Per garantire il diritto all’alloggio
a tutti gli operai che si erano ammassati nelle città industriali venne
definito il concetto di existens minimum,
il minimo spazio vitale. L’obbiettivo umanitario sarebbe stato di per sé
lodevole se non si fosse poggiato su una visione riduttiva dell’essere umano,
considerato una macchina senz’anima. Tale concezione avrebbe mostrato i suoi
limiti man mano che la visione razionalista dell’architettura si andò
affermando.
La casa soppiantò i temi tradizionali nella
scala di valori dell’arte del costruire. Nel Medioevo, a una concezione
gerarchica della società e dei princìpi che la reggevano corrispondeva
un’attenzione artistica maggiore o minore secondo l’importanza attribuita al
manufatto da edificare. L’architettura era la principale tra le arti figurative
perché serviva a coordinarle tutte in relazione al fine più importante, la
costruzione delle cattedrali. Le altre costruzioni (il palazzo del governo, gli
edifici pubblici, i palazzi nobiliari, le case) ricevevano cure gradualmente
inferiori [14]. Fra il
Settecento e l’Ottocento furono fatti tentativi grotteschi di mettere altri
edifici al primo posto: il cimitero, il museo, il teatro, il palazzo delle
esposizioni universali, ... Finché giunse l’ora dell’alloggio operaio.
Il
primato attribuito dalle avanguardie a questo tema traeva origine dalle utopie
egualitariste. Ma l’operazione di azzeramento dei fondamenti della cultura e
dell’arte, condotta nei primi decenni del Novecento, non era frutto di tali
utopie. Essa era solo l’ultima fase di un’evoluzione del pensiero in direzione
razionalista cominciata nel Secolo dei Lumi. Meglio ancora, la genesi di questo
processo va fatta risalire a René Descartes, al suo cogito ergo sum. Infatti l’Illuminismo metteva soltanto in pratica
il metodo cartesiano, estendendolo
caparbiamente a tutti i settori del sapere e del costume.
Viene
voglia di chiedere ai sostenitori del mito del progresso irreversibile e
continuo, uno dei portati dell’ideologia illuminista, se valesse davvero la
pena di adottare lo strumento della rivoluzione violenta per consentire il
parto cruento del mondo nuovo,
vaticinato dai filosofi con la parrucca incipriata. Mettendo per il momento da
parte un’altra domanda legittima - questo mondo
nuovo è realmente migliore del precedente? -, bisogna ricordare che neanche
il fine più encomiabile può giustificare le stragi causate dalla Rivoluzione
Francese, dalle farneticanti teorie sulla razza ariana, dalla rivoluzione
bolscevica e dai campi di concentramento russi e cinesi, oppure quelle altre
(milioni di aborti) prodotte dalla rivoluzione sessuale.
C’è da
chiedere poi se avere fatto tabula rasa
di tante conoscenze del passato sia stato vero progresso. Restando nel campo
dell’architettura, è un dato di fatto che le opere dei maestri dell’architettura razionalista non possono vantare la
stessa capacità di affrontare i millenni delle piramidi egiziane o degli
anfiteatri romani. Hanno avuto bisogno di restauro già dopo una decina d’anni. è vero che spesso si tratta di
prototipi, di opere sperimentali, ma è vero pure che materiali e tecnologie
moderne si stanno rivelando sempre più frequentemente inadatti a resistere a
lungo. Il tanto idolatrato cemento armato, per es., ormai viene garantito dagli
esperti per non più di ottanta anni, se non viene protetto dagli intonaci. Ma
l’uso dell’intonaco era considerato un’eresia dagli architetti razionalisti,
che basavano la progettazione sulla sincerità
dei materiali [15].
In appena
duecento anni, è stato prima messo in discussione e poi cancellato un ingente
patrimonio di esperienze, che l’uomo aveva tesaurizzato in migliaia di anni.
Come questo sia potuto avvenire è misterioso. Se però è vero, come qualcuno
afferma, che il demonio è la scimmia di
Dio, c’è da credere che il diluvio che ha travolto l’umanità e la cultura a
partire dalla Rivoluzione Francese sia un’imitazione luciferina del primo e
unico diluvio universale [16].
Torna
prepotentemente alla memoria il grandioso affresco che si trova nel primo libro
della Bibbia.
Jahve vide
che la malvagità dell’uomo era grande sulla terra e che ogni pensiero concepito
dal loro cuore non era rivolto ad altro che al male, sempre. [...] Jahve disse:
«Sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato: uomo e bestiame e
rettili e uccelli del cielo, poiché mi pento di averli fatti». Ma Noè trovò
favore agli occhi di Jahve. [...]
Allora Dio
disse a Noè: «[...] Ecco, io sto per far venire il diluvio dell’acqua sulla
terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne in cui è l’alito di vita;
tutto ciò che è sulla terra perirà. Ma con te io stabilisco la mia alleanza;
entrerai nell’arca tu e i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli con
te. Di tutto ciò che vive, di tutto ciò che è carne, ne introdurrai nell’arca
due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina».
[...]
Il diluvio
durò sopra la terra 40 giorni: le acque ingrossarono, e sollevarono l’arca che
venne levata in alto sopra la terra. [...]
... il
primo giorno del mese, le acque si erano ritirate dalla superficie della terra.
Noè scoperchiò l’arca, guardò, ed ecco: la superficie della terra era asciutta.
[...]
Noè edificò
un altare a Jahve, prese ogni sorta di animali puri e ogni sorta di volatili
puri e offrì olocausti sull’altare. Jahve ne odorò la soave fragranza e Jahve
disse nel suo cuore: «Io non maledirò più la terra a causa dell’uomo, poiché
l’istinto del cuore umano è malvagio fin dall’adolescenza; e non colpirò più
ogni essere vivente come ho fatto». [...]
E Dio
disse: «Questo è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi e tra ogni
essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Io pongo il mio
arco nelle nubi, ed esso sarà un segno di alleanza fra me e la terra» [17].
L’acquazzone
che ha travolto la cultura tradizionale è stato una catastrofe di natura
epocale. Oggi non è possibile progettare senza tentare di porre rimedio ai
danni causati da questo disastro, a maggior ragione se si tratta di progettare
un edificio per il culto.
Si
rifletta sul contrasto. Il diluvio voluto da Jahve doveva servire da punizione
e monito perenne ad una umanità corrotta, sensibile solo ai richiami forti. La scimmia di Dio, invece, ha imitato il ripartire da capo in ambito culturale al
fine di diffondere capillarmente materialismo e secolarizzazione. Non bisogna
dimenticare, infatti, che l’obbiettivo sottile del razionalismo,
inguaribilmente figlio della superbia
e pertanto della colpa originale, è quello di cancellare Dio dall’orizzonte
umano [18].
È questo
il motivo radicale per cui, in architettura, si è voluto eliminare ogni
elemento ornamentale. La decorazione architettonica (o plastica ornamentale)
era nata per esprimere le convinzioni religiose dell’uomo.
Questa
intenzione era dichiarata esplicitamente nel famoso trattato di Vitruvio [19]:
Decor è invece
il bell’apparire di un’opera priva di difetti, le cui parti rispondono a un
calcolo preciso; e questo lo si ottiene rispettando la statio o [...] la consuetudine o la natura.
è conformemente a questo concetto di statio che si
edificano templi a cielo aperto, ipetri, dedicati a Giove Folgore, al Cielo, al
Sole, alla Luna; non a caso l’aspetto e la potenza di queste divinità si
manifestano nel cielo aperto e luminoso.
A Minerva,
a Marte e ad Ercole saranno dedicati templi di ordine dorico; a queste
divinità, infatti, espressione del valore guerresco, si addicono delle sedi
sobrie.
A Venere,
Flora e Proserpina e alle Ninfe delle fonti, proprio per il loro morbido
aspetto, potranno sembrare più adatte delle costruzioni di ordine corinzio
poiché gli ornamenti delicati e i motivi floreali a volute di questi edifici
sembrano accentuare la grazia di tali divinità.
Nel caso di
Giove, Diana, Libero Padre e di altre divinità analoghe si rispetteranno la
misura e il giusto equilibrio edificando templi di ordine ionico, in quanto la
loro natura troverà espressione nella giusta equidistanza tra la severità
dell’ordine dorico e la delicatezza del corinzio [20].
Nell’arte
greca e in quella romana, il decor
serviva a esprimere i contenuti della mitologia religiosa, che trasformava in
idoli antropomorfi le perfezioni del creato invece di riconoscervi l’impronta
dell’unico Creatore. La bellezza di quest’arte risiedeva nell’idealizzazione
delle qualità estetiche dell’uomo e della natura.
Usando
marmo e bronzo gli artisti della classicità si proponevano di far risplendere
la maestà degli dei greci e romani nel volto e nel corpo dell’uomo. Lo spirito
avrebbe dovuto trovare qui la sua dimora sensibile. L’arte classica è il luogo
in cui forma e contenuto paiono coincidere.
Nell’arte
paleocristiana, il decor venne subito
posto al servizio dello splendore della verità rivelata. Con il cristianesimo
il legame tra umano e divino si consolidò in una forma impensabile in
precedenza. Ormai l’Uomo-Dio era apparso nella carne di un Uomo reale e non
semplicemente nel marmo e nel bronzo. Non era più l’immaginazione che dava
contenuto all’arte ma era la realtà che offriva il materiale all’artista.
La
meraviglia degli artisti cristiani di fronte a un Dio che si era incarnato, che
si era fatto Uomo per rendere visibile lo Spirito e generare sulla Croce un
popolo di santi, liberò energie insospettabili nel campo della creatività. Per
questa ragione le cattedrali sono molto più belle dei templi pagani.
Si
comprende meglio, pertanto, che solo se Dio fosse morto, come giungerà ad
affermare Nietzsche [21],
non ci sarebbe più ragione d’essere per il decoro.
Qualcuno
potrà replicare che la furia iconoclasta delle avanguardie architettoniche fu
una reazione legittima agli imbellettamenti pesanti e ingiustificati che i
docenti dell’Accademia di Belle Arti insegnavano ad applicare sulle facciate
degli edifici.
In
effetti i grandi sperimentatori settecenteschi Boullée, Ledoux e Lequeu [22],
avevano già avviato l’operazione di azzeramento delle forme architettoniche che
non fossero caratterizzate da geometrie elementari. Ma i loro colleghi
contemporanei preferirono dedicarsi a scimmiottare l’arte classica, ponendola
al servizio della Dea Ragione.
È così
che nacque la moda di codificare e copiare gli stili del passato, perché il
repertorio dell’arte greca o romana risultò presto insufficiente per le
esercitazioni formali dei classicisti,
come pure per quelle dei loro antagonisti romantici, i goticisti. Vennero studiate l’arte egizia, quella cinese, quella
indiana, quella moresca, per dare vita al neo-egizio, al neo-cinese, al
neo-indiano, al neo-moresco.
Si giunse
a definire i canoni di una architettura
parlante sincretica e universale, che utilizzasse riferimenti stilistici
eterogenei, a volte nello stesso edificio, per esprimere temi architettonici
diversi [23]. Un bel
pasticcio, non c’è che dire. Nonostante i principi architettonici del
Sette-Ottocento affondassero le loro radici nel razionalismo illuminista, o
forse proprio per questo motivo, essi si rivelarono sempre più irrazionali [24].
Non
bisogna dimenticare tuttavia che esiste una relazione strettissima fra
l’architettura illuminista e lo sviluppo della massoneria [25].
Data
l’origine, tutto il lessico, tutta la simbologia massonica sono incentrati
sull’architettura, a partire dal Grande Architetto dell’Universo fino al mito
di Hiram, il leggendario costruttore del Tempio di Salomone.
[...] Agli
inizi del secolo scorso diversi stili si accavallarono nell’architettura e
nell’arte in genere. Molti di questi ebbero notevole influenza sul costruire
massonico. Ma si può per converso dire che, man mano che cresceva l’influenza
della Massoneria sulla politica e sulla società, gli stili artistici ne venivano
a loro volta influenzati.
L’esempio
forse più tipico si ha nel Tempio Massonico di Filadelfia, neoromanico. Le
sette sale dell’interno (sette è numero importante nella cabala e per
l’esoterismo in genere) hanno nomi del tipo: Egyptian hall, Gothic hall,
Renaissance hall, Ionic hall, Corynthian hall, ecc. Era il tempo in cui si
affermava l’ossessione per il museo, inteso come opera d’arte unitaria (nella
quale cioè tutte le arti convergono). Il Tempio Massonico di Filadelfia è
appunto un museo di stili.
Le campagne
napoleoniche in Egitto e le scoperte archeologiche conseguenti fecero esplodere
una vera e propria mania egittofila. E specialmente in ambiente massonico, dove
la simbologia egizia era tenuta in grande onore (la Grande Piramide è per i
massoni il sepolcro di Osiride, e i suoi sotterranei costituiscono un percorso
iniziatico). Ecco che la piramide diventava la forma base di molti monumenti e
costruzioni.
L’illuminismo
- così legato al mondo massonico - porta il tema della caverna iniziatica
(quella di Platone, anche se in questa accezione il tema viene di molto
ridotto, perché la sua portata è molto più ampia) e della «luce». Compaiono
lucernai disposti ad arte perché proiettino all’interno la cosiddetta lumière mystèrieuse [26].
[...] Gli
architetti illuministi, specialmente Ledoux e Boullée, furono invece
ossessionati dal tema della sfera. Innumerevoli sono i progetti - del tempo -
di case, cimiteri, monumenti a forma sferica. Non li si poté realizzare per
motivi tecnici (occorrerà attendere la soluzione dei tiranti d’acciaio, come si
può vedere oggi nel mausoleo di Lenin) ma la loro comparsa è di per sé
significativa. La sfera è un tipico simbolo esoterico di perfezione e un’epoca
«razionalista» non poteva ignorarla. C’è di più: la costruzione a forma di
sfera indica la volontà prometeica dell’uomo di liberarsi dai legami del
contingente (la sfera infatti non poggia sul terreno ma su un punto, e il punto
in geometria non esiste).
Il progetto
di Cenotafio per Newton, di Boullée, era concepito come la rappresentazione
criptografica del Mondo, inteso come Tempio, e della volta stellata come Loggia
che abbraccia l’Opera della Scienza. Era una sfera, e la sfera è
nell’immaginario massonico l’Alfa e l’Omega, cerniera tra l’opus
costruttivo divino e quello conoscitivo e ri-costruttivo dell’uomo: non a caso
l’obiettivo comune alle scienze e all’esoterismo è la ricerca dei segreti del
«Gran Libro della Natura».
L’idea del
piano regolatore delle città nasce in queste epoche e in questi ambienti. Verrà
applicato dovunque dalle armate napoleoniche.
Napoleone
era stato proclamato protettore della Massoneria ed Eugenio di Beauharnais
istituiva nel 1805 il Grande Oriente d’Italia a Milano [...]. Il massone Antolini
progettava il foro Bonaparte in onore dell’imperatore.
Con
l’introduzione del piano regolatore la frattura col mondo precedente diveniva
completa in questo campo.
Lewis
Mumford, uno dei più noti sociologi dell’architettura - recentemente scomparso
- in molti suoi libri ha fatto notare come nulla di tutto questo si fosse mai
visto prima nella storia. La città medioevale (anche se nel Medioevo non
abbiamo grandi città come nell’antichità classica, perché la cristianità viveva
in villaggi sorti attorno alle chiese o ai conventi; più tardi nei comuni, ma
si trattava di villaggi ingranditi) era costruita tenendo conto delle correnti
d’aria, del corso del sole, delle ore di caldo e della necessità di luce e di
ombra. è vero che i romani
tracciavano il punto «cardo» e il «decumano», ma erano costretti a orientarsi
con i punti cardinali. In ogni caso il significato sacrale della fondazione di
una città era sempre ben presente.
Col
razionalismo massonico non abbiamo nulla di tutto questo: le città viste
dall’alto presentano una fitta rete di squadre e compassi, di stelle a cinque
punte e di esagrammi salomonici. La città come organismo vivente era morta per
sempre. Nasceva la città-museo dei simboli massonici.
La città
che più di tutte incarna l’ideale massonico è Washington. Il primo presidente
degli Stati Uniti voleva una capitale che simboleggiasse visibilmente il regno
della Virtù e della Fraternità sorto sulle rovine dell’Ancien Régime.
Jefferson propose di tenere presente anche l’Eguaglianza, progettando una
pianta a scacchiera per ricordare l’eguaglianza dei cittadini e dei vari States. Prevalse l’idea di George Washington e la
capitale federale ebbe un assetto urbanistico a squadre, compassi e teoremi di
Pitagora (con i quadrati costruiti sui cateti di un triangolo). Una pietra
miliare cubica (altro simbolo massonico) venne posta fra il Capitol e la Casa
Bianca: da essa comincia la numerazione delle vie degli States, che si dipartono a stella da quel punto [27].
L’iconoclastia
del Movimento Moderno era una reazione più che condivisibile a questa
commistione di arte e magia. Lo scopo non era quello di distruggere le opere
d’arte precedenti, come era avvenuto al tempo del II Concilio di Nicea, che nel
787 aveva dovuto riaffermare con forza il valore non idolatrico delle immagini
nel culto cristiano, contro chi lo aveva messo in dubbio. Gli artisti del
Bauhaus avevano intenzione di creare un’arte nuova [28],
ponendo fine ai capricci decorativi dell’Accademia di Belle Arti.
Prima di
loro, Adolf Loos (Brno 1870 - Kalksburg
1933) aveva già intrapreso questa battaglia. Le vicissitudini della vita e
le teorie di questo architetto, che operò a Vienna, lo tennero staccato dagli
architetti viennesi suoi coetanei. Nato a Brno ed educato in provincia, fu
sordo fino all’età di dodici anni, e forse questa limitazione fisica influì sul
suo carattere e sul suo destino. Fu un temperamento isolato come uomo prima che
come artista, una specie di Diogene moderno, come ebbe a definirlo Persico [29].
Egli
giunse a contrapporre nettamente l’arte e l’utilità, collocando l’architettura
nell’àmbito della sola utilità («L’architettura non è un’arte... qualsiasi cosa
serva ad uno scopo va esclusa dalla sfera dell’arte»). Nel 1908, nel celebre
articolo Ornamento e delitto, Loos sostenne che
l’architettura e le arti applicate debbono fare a meno di qualsiasi ornamento,
considerato come un residuo d’abitudini barbariche [30].
Tale
principio venne formulato in modo più radicale dal geniale esponente del
Movimento Moderno, Ludwig Mies van der Rohe (Aquisgrana 1886 - Chicago 1969), prima docente e poi, nel periodo
compreso tra il 1930 e il 1933, direttore del Bauhaus.
Mies,
figlio di un capomastro tagliapietre, fu una specie di Ungaretti
dell’architettura [31].
Tanto l’architetto tedesco quanto il rappresentante italiano dell’ermetismo
poetico basavano la propria produzione artistica sul rigore con cui cercavano
di eliminare tutto ciò che ritenevano superfluo e pleonastico piuttosto che sul
lampo intuitivo.
Sarebbe
interessante condurre una ricerca sulle analogie che esistono fra i due
personaggi. Dico apposta analogie, perché forse sono più le differenze che le
somiglianze. Ungaretti infatti mirava alla poesia
totalmente poesia, senza intrusioni
né scorie, ma per raggiungere lo scopo attingeva laboriosamente all’ampio
materiale della tradizione. Mies invece intendeva sopprimere ogni riferimento
al passato: cercava un’innovazione radicale che esaltasse i metodi costruttivi
moderni, attribuendo al solo scheletro strutturale tutto il valore formale
dell’organismo architettonico nella sua integrità.
Egli
ripeteva il suo motto: less is
more, il meno è il più. Infatti era
capace di ridurre ogni problema ai minimi termini, all’essenziale, rinunciando
a quel «di più» che gli architetti hanno sempre messo negli edifici e che serve
a distinguere le loro decisioni da quelle dei committenti, dei costruttori, dei
clienti [32].
Man mano
che gli architetti hanno condotto la loro guerra contro l’ornamento, è piovuto,
è piovuto, è piovuto a dirotto sull’architettura di questo secolo. Fino a
quando è stato dilavato ogni elemento aggiunto alla struttura dichiarata. E la pioggia torrenziale ha costretto
l’umanità a rifugiarsi nei meandri più inaccessibili del labirinto culturale
razionalista. Lì dentro la ragione dorme e nel sonno partorisce Minotauri
sempre più spaventosi.
Il
razionalismo non è stato l’unica corrente dell’architettura moderna, ma si può
dire che abbia prevalso su tutte le altre a causa di una maggiore coerenza
interna rispetto ai postulati delle avanguardie. I maestri di questa corrente riuscirono a imporsi come capiscuola,
cosa che non era possibile agli esponenti dell’espressionismo o
dell’architettura organica, per la difficile riproducibilità dei loro stilemi
formali. Peraltro il campione dell’architettura organica negli Stati Uniti,
Frank Lloyd Wright (Richland Center, Wi.,
1869 - Phoenix, Az., 1959), non aveva il bagaglio culturale e la
sottigliezza logica che potevano fare anche di lui un maestro.
A ben
guardare il razionalismo è l’equivalente architettonico dello gnosticismo di
inizio secolo [33].
La gnosi è
un sapere che sa e il cui annuncio si può riassumere così:
chi è illuminato non ascolta più
[...] perché oramai ha visto [34]. Se ci si
ferma a considerare le grandi tesi del pensiero gnosticheggiante, si riscontra
più di una parentela con le teorie delle avanguardie architettoniche.
La prima è
fondamentale è questa: il mondo, e l’uomo nel mondo, sono il frutto di una
caduta, di una frattura; l’intera realtà in cui ci troviamo è una realtà
d’esilio. A questa prima affermazione ne segue una seconda che ne rappresenta
un curioso rovesciamento. è vero
che il mondo è malato, e con il mondo anche la storia, tuttavia la salvezza c’è
già, perché, nonostante la frattura incolmabile, esiste qualcuno, lo gnostico,
l’eletto, che è in grado di colmarla. Lo gnostico infatti è fin dall’inizio dei
tempi, dal momento della sua caduta nelle tenebre interiori del mondo [...],
della stessa sostanza del mondo divino, e come tale capace in forza della sua
originaria divinità di redimersi. Per ritornare [...] nel mondo perfetto dal
quale ci siamo allontanati, è necessario, però, valersi di determinati
strumenti. Questa terza tesi è di per sé molto significativa e questo ancor
prima che si prendano in esame in concreto i vari mezzi di redenzione che gli
gnostici propongono agli altri. In essa infatti si afferma che esiste una tecnica per
ritornare nel paradiso e questo significa che si esclude che ci siano aspetti della
realtà che non sono in nostro potere e che perciò si debba aver bisogno di una grazia sia, in senso minimale, per riuscire nei
nostri tentativi qualunque essi siano, sia, in un senso forte, per accedere al
mondo divino.
Il plesso
di queste argomentazioni ha poi un correlato fondamentale in sede etica: un
disprezzo profondo per il diritto e per le forme istituzionali in generale e
per la legge morale in particolare. Un disprezzo dal quale deriva di fatto per
lo gnostico un dualismo sociologico tra i credenti: da una parte coloro, gli
illuminati, che possono compiere indenni ogni esperienza, anche quelle
aberranti, dall’altra, gli altri uomini, che sono tenuti ad una regola di vita
precisa [35].
Come si vede,
la gnosi è manichea: individua il principio positivo nello spirito e quello
negativo nella materia, che sarebbe il male da combattere. Proprio questo
dualismo di fondo rende la gnosi parassitaria: essa ha bisogno di un bene su
cui innestarsi e di un male a cui dichiarare guerra.
Rispetto
ai filosofi gnostici, gli architetti razionalisti avevano un modo di
argomentare che non faceva uso di sofismi
né tanto meno di sillogismi. Essi
prediligevano nascondere aporie
strumentali sotto la forma di aforismi
brillanti, vale a dire errori concettuali e logici dietro massime suggestive.
Ciò non impedì loro di esercitare un fascino irresistibile su un pubblico che
non sapeva controllare la correttezza dei loro discorsi. Il rigore
dell’indagine filosofica non era necessario se il presupposto della verità era
l’autorità di un maestro che aveva avuto una rivelazione.
Ma quale si
supponeva che fosse la fonte dell’autorità del convento? Mah, la stessa di
tutti i nuovi movimenti religiosi: diretto accesso al nume che, in questo caso,
era la Creatività. Di qui una nuova forma di documento: il manifesto d’arte.
Non v’erano manifesti nel mondo dell’arte prima del Novecento e dell’evolversi
delle conventicole. I futuristi italiani promulgarono il loro primo manifesto
nel 1910. Dopo di che, fu un profluvio di movimenti e ismi. Si emanavano
manifesti uno dietro l’altro, giorno e notte. Un manifesto altro non era
che il decalogo della confraternita: “Ci siamo recati in cima alla montagna e
ne abbiamo riportato il Verbo, sicché ora noi dichiariamo che...” [36].
Una delle
caratteristiche della gnosi è quella
di non riconoscere il senso del limite. Lo gnostico, infatti, si ritiene l’eletto che conosce il valore negativo
alla materia e sa come tornare all’Uno totalmente spirituale e impersonale
(del tutto diverso dal vero Dio dei cristiani) da cui il mondo proverrebbe per
emanazione.
Anche i
postulati di Mies van der Rohe hanno radici simili. Torniamo, per es., al motto
miesiano less is more.
La
semplicità è, nel pensiero realista, una qualità degli enti creati che
costituisce una partecipazione più o meno elevata alla semplicità assoluta
dell’Essere Perfettissimo, di Dio, l’unico in cui non vi sia traccia di
composizione. Il genio artistico può imitare la semplicità divina nel capolavoro,
che, giudicato a posteriori, appare unitario e privo di parti montate con
sforzo. Allo stesso modo la santità imita la semplicità divina quando annulla
le complicazioni tipiche dell’egoismo umano. Ma la semplificazione pretesa da
Mies è di ben altra natura.
Ridurre
all’essenziale ogni edificio è un modo di scimmiottare la semplicità
dell’Essere Sussistente. Confondere l’essenza
dell’opera architettonica con la sua struttura significa imitare l’Essere per
Essenza, considerando inoltre erroneamente l’Atto Puro passività assoluta
invece che pienezza di vita. Si tratta di uno spiritualismo, simile a quello
degli gnostici, che rifiuta la carne e vede nella natura un principio negativo.
Credo - diceva Mies van der Rohe - che l’architettura abbia poco o nulla a che
fare con la ricerca di forme “interessanti” o con le inclinazioni personali. La
vera architettura è sempre oggettiva ed è espressione dell’intima struttura
dell’epoca nel cui contesto si sviluppa.
Quando
affermava che, per ottenere la sincerità
dell’opera architettonica, si deve
rifiutare ogni forma che non sia retta dalla struttura, egli cercava una
bellezza funzionale dell’architettura confondendo esplicitamente il concetto
tomista di verità (adæquatio rei et
intellectus) con quello di bellezza (omnia
quæ visa placent) [37].
Mies si
proponeva di esaltare la struttura (il
sistema costruttivo è l’edificio, cioè coincide con la sua natura)
risolvendo i problemi funzionali dell’edificio. Mi permetto però di manifestare
qualche dubbio sul fatto che egli si occupasse della funzione nel migliore dei
modi. Infatti i suoi edifici sono un po’ impersonali e dispersivi, non
orientano lo svolgimento della vita al loro interno.
Vitruvio
invece aveva sottolineato l’importanza di conciliare struttura, funzione e
forma nel caso in cui si voglia realizzare un’opera architettonica. [...]
queste opere devono essere realizzate
secondo criteri di solidità, di comodità e di bellezza (firmitas, utilitas, venustas). Il primo principio sarà rispettato se le fondamenta poggeranno in
profondità, su strati solidi e se la scelta dei materiali sarà accurata, senza
badare a spese; il secondo, o della funzionalità, allorché la distribuzione
degli spazi risponda a un uso corretto e agevole e rispetti opportunamente
l’esposizione cardinale in base alla funzione specifica dei locali. Il terzo
infine, quello della bellezza, quando l’aspetto esteriore dell’opera sarà
gradevole e raffinato, nel rispetto delle giuste proporzioni e della simmetria
delle sue parti [38].
Uno degli
accorgimenti proposti da Vitruvio per ottenere la venustas è quel decor di
cui abbiamo già parlato. Inoltre, nel passo del De architectura appena citato, si invita a fare ricorso alla simmetria, uno dei concetti più detestati
dai razionalisti. Essi tuttavia facevano confusione tra il sottile studio delle
proporzioni inteso da Vitruvio e la specularità delle due parti della facciata,
rispetto all’asse centrale, adottata dagli architetti eclettici nella
progettazione degli edifici: La symmetria è l’armonico accordo tra le parti di una
stessa opera e la rispondenza dei singoli elementi all’immagine d’insieme della
figura. Come nel corpo umano la caratteristica euritmica sta nel rapporto
simmetrico dato dal piede, dalla mano, da un dito e dalle altre membra, così
dev’essere nella realizzazione dell’opera architettonica [39].
Simmetria
è quindi con-misurazione, studio
dinamico del rapporto fra le parti, non banale disposizione statica degli
elementi della facciata. Per l’architetto romano simmetria è sinonimo di quella
commodularità che deve essere
determinata tra gli elementi costitutivi dell’opera architettonica dalla
presenza di un denominatore comune, che deve essere per l’appunto un modulo o
un sottomultiplo.
L’architettura
romana si fondava in gran parte sull’uso di multipli del modulo, l’unità di
base, o sui suoi semplici derivati geometrici. L’architetto del Pantheon, per
esempio, deve avere cominciato dividendo la circonferenza interna in 4, 8, 16 e
32 parti simmetriche. Non può essere un caso che, nell’alzato, la distanza fra
la cornice dell’ordine inferiore e la sommità della cupola sia uguale al lato
del quadrato inscritto nello stesso cerchio [40].
Per
capire fino in fondo cosa intendesse Vitruvio per simmetria bisogna ricordare
che egli faceva riferimento alle proporzioni della figura umana. Il corpo umano
perfetto, sulla scorta dei canoni dell’arte greca, sarebbe inscrivibile dentro
un cerchio (a braccia e gambe allargate) e dentro un quadrato (a braccia aperte
e gambe chiuse). Non avendo a disposizione i disegni originali del De architectura è possibile fare solo
supposizioni sul modello vitruviano. È la famosa questione dell’uomo iscritto nel cerchio e nel quadrato,
che fece scervellare tanti artisti del Rinascimento e fu risolta nella maniera
più convincente da Leonardo da Vinci, il quale raggiunse la maggiore perfezione
nelle proporzioni della figura.
[...] La
proporzione non è altro che la possibilità di commisurare, secondo un modulo
fisso, le singole parti di un’opera e l’insieme nel suo complesso; da questo
nasce il calcolo simmetrico. Infatti senza rispettare simmetria e proporzione
nessun tempio può avere un equilibrio compositivo come è per la perfetta
armonia delle membra di un uomo ben formato.
La natura
ha creato il corpo umano in modo che il volto, a partire dal mento fino alla
sommità della fronte alla radice dei capelli, sia la decima parte dell’insieme
e così il palmo della mano, dall’articolazione all’estremità del dito medio; la
testa, dal mento alla sommità, è di un ottavo; un sesto lo abbiamo dall’alto
del petto, collo compreso, alla radice dei capelli; e un quarto dalla metà del
petto alla nuca. Il volto stesso è suddiviso, in senso verticale, in tre parti
equivalenti: una che va dal mento alle narici, l’altra dal naso alle
sopracciglia e l’ultima da queste all’attaccatura dei capelli. Il piede è un
sesto dell’altezza del corpo; il cubito, come pure il petto, un quarto. Anche
le altre membra hanno una loro proporzione e misura tanto che, proprio regolandosi
su questi canoni, i pittori e gli scultori antichi conseguirono notevole
gloria.
In modo
analogo ogni singola componente di un tempio deve trovare un’armonica
proporzione e corrispondenza con l’insieme. Il centro naturale del corpo umano
è l’ombelico; infatti se una persona si distendesse a terra supina a braccia e
gambe divaricate, puntando il compasso sull’ombelico e tracciando una
circonferenza, questa toccherebbe entrambe le estremità dei piedi e delle mani.
Nondimeno, come è possibile inscrivere il corpo in una circonferenza così se ne
può ricavare un quadrato; misurando la distanza dai piedi alla sommità del capo
e riportandola a quella che intercorre tra un estremo e l’altro delle braccia
aperte si costaterà che le misure in altezza e larghezza coincidono come nel
quadrato tracciato a squadra.
Pertanto se
la natura ha creato il corpo umano in modo che le membra abbiano una
rispondenza proporzionata con tutta la figura nel suo complesso, a buona
ragione gli antichi hanno stabilito che anche nelle loro opere si debba
rispettare l’esatta proporzione delle singole parti con l’insieme della figura.
Quindi ci hanno tramandato i canoni per la realizzazione di ogni tipo di
costruzione e in particolare per i templi degli dei i cui pregi o difetti son
destinati a durare nel tempo.
Del resto
anche le unità di misura indispensabili per ogni tipo di intervento sono state
prese dalle parti del corpo, quali il pollice, il palmo, il piede, il cubito
[...]. Come numero perfetto gli antichi individuarono il dieci, ricavato dal
numero delle dita della mano (dal palmo fu ricavato il piede). [...]
Se si è
dunque d’accordo sul fatto che il sistema numerico è ricavato in base alle
membra del corpo e che tra ognuna di esse singolarmente presa e l’insieme della
figura umana esiste una costante corrispondenza simmetrica, ne consegue che
dobbiamo ammirare quegli architetti che anche nella progettazione dei templi
degli dei immortali disposero i vari elementi dell’opera in modo tale da
ottenere nel rispetto delle proporzioni e della simmetria una adeguata
disposizione delle parti e dell’insieme [41].
Questi
principi hanno condizionato in senso antropomorfico lo sviluppo della ricerca
architettonica fino al secolo scorso. Per intendere fino a che punto questo sia
vero, basta guardare alcune piante di chiese medievali e rinascimentali in cui
è iscritta la figura di un uomo. Esistono anche numerose cartografie della
Terra precedenti ai viaggi di Cristoforo Colombo che sono disegnate in
relazione alle parti del corpo umano [42].
Il processo
che ha prodotto la nascita delle avanguardie e l’affermazione successiva del
Movimento Moderno ha molteplici sfaccettature. Esso comprende un gran numero di
contributi individuali e collettivi e non è possibile fissare la sua origine in
un solo luogo e in un solo ambiente culturale. Vi sono però due costanti: da un
lato il razionalismo gnostico, che a volte ostenta forme di anarchismo o di
egualitarismo comunista, e dall’altro l’esoterismo alchemico.
Il primo
movimento modernista, l’Arts and Crafts,
fu fondato da William Morris (Walthamstow,
Essex, 1834 - Hammersmith 1896) proprio nel periodo in cui egli frequentava
intensamente la casa della parapsicologa inglese Annie Besant, presidentessa
della Società Teosofica. Lo stesso Morris presiedeva a volte le sedute della
Società. Morris proveniva da una ricca famiglia, aveva fatto a Oxford studi di
teologia e letteratura e nel 1884 aveva fondato la Lega socialista. è difficile riassumere in poche parole
il contributo dato da questa originale figura al dibattito sull’arte moderna.
La Società Teosofica era stata fondata nel
1875 da Henry S. Olcott e da Helena Petrovna Hahn Blavatsky per studiare i
fenomeni spiritici. Dopo tre anni, non avendo fortuna, andarono in India, dove la
Blavatsky ricevette da due maestri tibetani messaggi occulti che risultarono
poi copiati da riviste spiritiche. La Blavatsky passò allora a Napoli, poi in
Germania, poi a Londra dove finalmente trovò seguito. In che consista lo
specifico insegnamento della Società è difficile dire. La teosofia sarebbe una
delle tante forme di misticismo panteistico, se non fosse per una pretesa e
imprecisata conoscenza diretta di Dio
nelle cose e non oltre esse. In ogni modo, la teosofia non è una religione,
perché pretende di essere una super-religione, di insegnare quel nocciolo di
assoluta verità contenuto in tutte le religioni, proprio perché ritiene
costitutivo di ogni religione il panteismo, interpretando la stessa creazione
come fenomeno panteistico.
La
comunità artistica di Darmstadt [43]
era organizzata come una loggia esoterica. Lo si evince dallo stesso
cerimoniale di apertura, officiato da
Behrens nel 1901.
Il
pittore Piet Mondrian (Amersfoort,
Utrecht, 1872 - New York 1944) divenne membro della Società Teosofica nel
1909. Probabilmente anche Theo van Doesburg ebbe una formazione teosofica. Il
personaggio chiave per i collegamenti tra teosofia e avanguardie
architettoniche è l’architetto olandese J. L. Mathieu Lauwericks, segretario
della Società Teosofica dal 1913. Chiamato nel 1904 a insegnare nell’Accademia
artistica di Düsseldorf su diretto invito di Peter Behrens, che nella Germania
di allora era uno dei professionisti che contavano di più, egli vi esercitò una
notevole influenza. Behrens stesso fu sotto l’influsso di Lauwericks almeno
nell’esecuzione del progetto del crematorio di Hagen, nel quale venne ripresa
la facciata di San Miniato, come modello di armonia misteriosofica, geometrica
e numerica.
L’architetto
espressionista Hans Poelzig (Berlino
1869-1936) era a capo di una loggia annessa all’università di Colonia.
Molti allievi del Bauhaus erano teosofi. Per lo stesso Gropius, il Bauhaus
doveva essere una loggia esoterica. In quell’epoca Gropius impiegò a volte il
tema grafico della svastica (non accomunabile agli emblemi nazisti), per la sua
natura geroglifica iniziatica.
Alcuni
movimenti artistici d’inizio secolo, per sottrarsi al destino di tramonto
dell’arte previsto da Hegel nel corso della modernità, provarono ad elevare
l’arte a religione. Questo è quanto accadde nel filone astratto delle avanguardie, la cui peculiarità era data
dall’intendere, con Hegel, l’epoca nuova come era dello Spirito e insieme dal considerare, oltre Hegel, l’arte
come suprema manifestazione spirituale.
L’autore
che per primo dette veste teorica a tale intendimento fu certamente Vasilij
Kandiskij (Mosca 1866 - Neully-sur-Seine
1944).
Insieme
al pittore Franz Marc (Monaco 1880 -
Verdun 1916) egli diede vita al movimento pittorico Der Blaue Reiter (Il cavaliere azzurro), che nacque a Monaco nel
1911. Al gruppo aderì anche Paul Klee (Münchenbuchsee
1879 - Muralto 1940), che avrebbe insegnato poi al Bauhaus insieme a
Kandiskij e fu legato a lui da grande amicizia.
Il testo
programmatico del movimento, oltre all’almanacco Der Blaue Reiter, fu lo scritto pubblicato da Kandiskij nel 1912, Dello spirituale nell’arte.
La nuova
era che apriva le porte all’arte nuova si annunciava in questo manifesto nel
superamento del materialismo e del positivismo di fine Ottocento. Si esaltava
la tensione verso il non naturale, verso l’astratto e verso la natura interiore. Gli artisti dovevano
obbedire al motto socratico conosci te
stesso. Questa conoscenza dipendeva in misura essenziale dagli insegnamenti
e dai programmi della Società Teosofica che Kandiskij mostrava oltremodo di
apprezzare.
Nei
cinque anni che andarono dal 1909 al 1914, Kandiskij lavorò a trasformare le
speculazioni del significato della forma pura in un sistema di linguaggio.
Furono anche gli anni in cui si dedicò con zelo missionario alle dottrine
teosofiche. Dai suoi scritti risulta chiaro come applicasse in modo letterale
lo spiritualismo kitsch di Madame
Blavatskij alla sua arte. Il mondo fisico andava perdendo di importanza. Doveva
essere considerato un ostacolo che nascondeva agli occhi degli uomini la realtà
dello spirito.
L’arte
nuova, che doveva essere arte per l’arte,
si sarebbe realizzata nella liberazione dalla schiavitù della materia. Ciò
richiedeva l’affermarsi di una nuova bellezza puramente interiore, per la quale
l’arte non doveva rappresentare il mondo ma, nel caso della pittura, agire
sull’anima mediante il colore e la forma.
L’arte
astratta si riprometteva di far parlare, invece dell’anima eccitata
dall’immagine del mondo, l’essenza del mondo stesso. Gli artisti sarebbero
stati in grado di intuire questa forma essenziale perché un demone avrebbe
concesso loro di vedere tra le fessure del mondo.
L’arte
astratta costituiva il tentativo titanico di recidere il cordone ombelicale che
univa l’arte al mondo sensibile, con l’intento di esprimere l’interiorità nella
sua purezza. Non c’era più icona,
volto, che potesse esprimere l’invisibile. Per questo come ultima espressione
astratta rimaneva in ogni arte il numero. Il geometrico, la pura armonia tra le
linee, una forma estrema di pitagorismo, era il linguaggio a cui l’arte
astratta, verbo del mondo nuovo, doveva rifarsi con assoluto rigore.
Verso il
1913, quasi impaurito dalla strada intrapresa dalla sua pittura che aveva
lasciato dietro di sé ogni forma riconoscibile, Kandiskij mise le mani avanti
dicendo che la sua pittura non era astratta, ma era arte concreta perché
esprimeva il tessuto concreto del mondo. Ma lo straordinario impeto lirico
degli anni precedenti si isterilì e le discipline occultiste e neognostiche
dettarono le regole rigide del suo secondo astrattismo.
La realtà è futile, diceva. E Paul Klee gli
dava ragione, quando giurava che l’oggetto
nuoce ai miei quadri. E come potrei
mai dipingere con la punta della mia matita la carne purulenta di una contadina?
si chiedeva sdegnosamente.
L’ossessione
di Klee era quella di trovare il modo per
gettare un ponte nel modo più libero tra il mondo esteriore e quello interiore.
Gli artisti erano divenuti i nuovi sacerdoti che pretendevano di comunicare le
forme dello spirito agli altri uomini.
Nel 1917
Theo van Doesburg (Utrecht 1883 - Davos
1931) fondò a Leida (Olanda) la rivista De
Stijl. Questo nome designa anche, per estensione, il gruppo di artisti e
architetti che, raccolto intorno ad essa, diede vita al movimento del neoplasticismo. Ne fecero parte gli
architetti P. Oud, G. Rietveld, C. van Eesteren, i pittori P. Mondrian e B. van
der Leck e lo scultore G. Vantongerloo.
Le
ricerche di questi artisti si applicarono alla definizione di un linguaggio
che, libero da ogni vincolo contenutistico e comune a tutte le arti, si
risolvesse in un equilibrio puramente visivo, capace di esercitare un’influenza
positiva sulla vita sociale. Le loro ricerche esercitarono un grandissimo
influsso sugli altri movimenti d’avanguardia europei, in particolare sulle
ricerche astratte e sulle sperimentazioni del Bauhaus.
De Stijl si proponeva di elaborare un nuovo senso della bellezza fondato
sulla ricerca dell’universale contro l’individuale, del razionale contro il
sentimento, del cosmopolitismo contro l’idea nazionale.
Gli
obbiettivi di De Stijl erano tanto
chiari quanto irraggiungibili. Nauseati dalla Grande Guerra e dalla società che
l’aveva prodotta, pensando di essere alla fine dell’ordine capitalistico individualista
e alla soglia di un nuovo ordine spirituale, i suoi membri volevano essere
cittadini del mondo. La loro arte era concepita come una forma di linguaggio
universale.
Nel mondo
nuovo, secondo la poetica del neoplasticismo,
non ci sarebbero state linee curve, che erano troppo personali. I compromessi
del primo Bauhaus con l’ornamento non erano accettabili per De Stijl, che riduceva le forme al
rettangolo e i colori ai tre primari, il rosso, il giallo e il blu, oltre al
nero e al bianco.
In questo
modo si proponeva una grammatica della forma applicabile a ogni arte,
all’architettura non meno che alla pittura. Il classicismo severo e spirituale
di De Stijl avrebbe introdotto l’era
dell’austerità e dell’intelligenza.
Abbandonata
la percezione sensibile della realtà su cui si fondava tutta l’arte precedente,
l’architetto van Doesburg riteneva che il
pensiero puro, nel quale non è implicita alcuna immagine fondata sui fenomeni,
poiché al posto di essa si hanno numeri, misure, relazioni e linee astratte, si
manifesta nella filosofia cinese, greca e tedesca attraverso l’idea in quanto
razionalità, e nella forma della bellezza, nel neoplasticismo del nostro tempo.
Il
pittore Mondrian ebbe contatti con le dottrine teosofiche sin dal 1899, dieci
anni prima di entrare a far parte della Società Teosofica. Da queste
frequentazioni trasse l’idea della negatività della materia e di tutto ciò che
è individuale a favore di una concezione panteistica del cosmo come equilibrio
degli opposti [44].
Il mondo,
nella visione neoplastica, era concepito come un tutto unitario, retto da
determinate leggi e principi matematici, in cui i poli opposti tenderebbero
alla ricomposizione e all’armonia cosmica: così, per esempio, sarebbe per il
principio maschile e per quello femminile (per lo spirito e la materia), che
non sarebbero altro che le polarità dell’essenza spirituale dell’universo.
Scopo del
neoplasticismo era di pervenire
all’equilibrio degli opposti, al superamento della visione tragica del mondo
che proverrebbe dalla non equivalenza tra gli opposti medesimi. Quest’arte
rappresentava l’inizio della vita nuova, il segno che anticipava il mondo
razionale-universale forgiato dalla tecnica e dal progresso dello spirito.
L’arte non doveva più occuparsi dell’aspetto esteriore della natura, ma
dell’armonia universale che ne costituirebbe l’essenza.
Per
questo il neoplasticismo era
astratto. Per i membri di De Stijl
ciò che è spirituale, ciò che è interamente astratto, esprimerebbe l’essenza
umana con precisione, mentre la sensibilità non raggiungerebbe il livello delle
qualità intellettuali, in quanto appartenente a un grado più basso della
cultura umana. L’arte non dovrebbe toccare il cuore. Qualsiasi emozione, sia di
dolore sia di gioia, implicherebbe una rottura dell’armonia, dell’equilibrio,
tra l’uomo e il cosmo.
Secondo
Mondrian, immutabile, l’equilibrio è
oltre ogni dolore e ogni felicità. Restando immobili ci si fonde con tutte le
cose. Ciò che è mutevole disturba il nostro equilibrio, ci separa e ci scinde da
tutto ciò che è diverso da noi. È da questo equilibrio, da questa condizione di
inconscia immobilità che nasce l’arte.
L’arte
assurgeva così a manifestazione privilegiata del cambiamento dell’uomo che da
naturale si doveva fare spirituale e pretendeva di avere un ruolo chiaramente
messianico. Come scriveva van Doesburg, poiché
soltanto l’arte moderna, astratta, è capace di realizzare la mediazione tra
l’uomo e l’assoluto, poiché il naturale (particolare) è stato in essa
annullato, quest’espressione, perfetta sopra ogni altra, dell’arte, dovrà in
futuro sostituire gli atti rituali della religione. E Mondrian gli faceva
eco, asserendo che l’arte ha assunto la
funzione di guida che una volta teneva la religione.
Van
Doesburg osservava che aver bisogno di
molta materia è indice del dominio della bestia che è in noi; averne un esiguo
bisogno è indice di spiritualità. Lo spirito vive di sé stesso. Un’opera
dev’essere, o per lo meno apparire, povera. E aggiungeva, per precisare le
conseguenze di questi ragionamenti, che è
tanto errato identificare l’essenza del pensiero con la contemplazione, quanto
è errato, nel caso della contemplazione, identificarla con la rappresentazione
sensibile della natura. Quest’ultimo è un concetto di origine classica e
cattolico-romana che il protestantesimo ha sempre combattuto.
Pertanto De Stijl si muoveva nell’alveo
dell’iconoclastia protestante. Questi artisti venivano a dire, in altri
termini, che per l’uomo del ventesimo secolo l’immagine che simboleggiasse la
divinità non significherebbe altro che questo: la profanazione del divino e
dell’assoluto.
Nel 1925,
per dissensi con van Doesburg, Mondrian si allontanò dal gruppo. La rivista De Stijl cessò le pubblicazioni nel
1932, l’anno dopo la morte di van Doesburg.
Molti dei
docenti e degli allievi del Bauhaus erano legati a un personaggio piuttosto
tenebroso, sul quale conviene soffermarsi più a lungo. Mi riferisco a Rudolf
Steiner, nato a Kraljevica, in Croazia, nel 1861 e morto a Dornach (Basilea)
nel 1925.
Pur avendo
seguito in gioventù studi tecnici, dimostrando una spiccata predisposizione al
disegno, Steiner si laureò in filosofia e studiò approfonditamente Johann
Wolfgang Goethe (Francoforte sul Meno
1749 - Weimar 1832), collaborando all’edizione delle sue opere. Entrato poi
nel movimento teosofico, ne fu segretario per la sezione tedesca, ma se ne
distaccò nel 1913, fondando un proprio movimento, l’antroposofia, la cui sede pose a Dornach nel Goetheanum da lui appositamente progettato e costruito.
L’edificio
di Dornach, destinato alla rappresentazione dei mysterien-drama di Steiner, fu dapprima chiamato Johannesbau, dal nome del personaggio di
questi misteri. La costruzione, in legno, fu iniziata nel 1913. Nel ‘17 fu
battezzata Goetheanum dallo stesso
Steiner nel corso di una conferenza a Basilea. Nel 1922 fu incendiato, forse
dolosamente da gruppi para-nazisti.
Venne
ricostruito, come Goetheanum II,
seguendo un modello realizzato da Steiner negli ultimi mesi di vita. Il
progetto fu elaborato sulla base di minuziose verifiche su modellini di creta.
L’edificio conserva nella sua massa monumentale la plasticità del calcestruzzo,
trattato a superfici irregolari continue con frequenti allusioni a forme umane,
come il podio simile a una laringe, i pilastri a forma di tibia, ecc.
Non ho
avuto modo di verificare il grado di parentela fra Johannes, il personaggio dei
mysterien-drama, e il Faust di
Goethe, ma è verosimile che si tratti della stessa persona.
Nell’opera
goethiana, dedicata al personaggio leggendario che, avendo stretto un patto col
demonio, sconta qualche anno di vita intensa e sregolata con le eterne pene
infernali [45], diversi
elementi confluiscono in un amalgama non sempre coerente. Nella prima metà
della prima parte si trova un Faust che aspira a tutto conoscere e a molto
potere, insoddisfatto della vanità di ciò che la vita gli offre. Il Faust della
seconda metà (in cui la figura centrale non è più la sua, ma quella della
sedotta Margherita) è, a parte sporadici ritorni di passioni più profonde,
assai più leggero, e sa qualche volta di commedia. Nella seconda parte,
attraverso le più varie esperienze, Faust trova finalmente pace nella visione
di un’operosità ordinata, ben diversa dall’attivismo frenetico e disperso che
lo deludeva. Nel raggiungere questa visione, Faust muore: il patto con il
diavolo è scaduto, ma Faust, trasformato e purificato, si salva. Il travaglio
faustiano si conclude, nel Goethe, con l’aspirazione a una composta classicità.
Alcuni
impiegavano la figura di Faust come paradigma della modernità. Tuttavia il fine
di Steiner era maieutico più che descrittivo. Egli era uno di quei sedicenti
profeti e costruttori di un mondo nuovo
di cui pullulava l’Occidente agli inizi del secolo, ai quali faceva riferimento
Thomas Mann in uno dei suoi primi racconti. è
necessario pertanto precisare i contorni della teoria steineriana, l’antroposofia, una dottrina che non
differisce dalla concezione teosofica preesistente, se non per lo sviluppo dato
alla dottrina intorno alla natura e al destino dell’uomo.
L’uomo è
concepito come un composto di sette princìpi o parti integranti che,
nell’ordine di spiritualità crescente (non si dimentichi che per i teosofi
tutto è spirituale), sarebbero:
1)
il corpo fisico;
2)
il corpo etereo;
3)
il corpo astrale;
4)
l’io;
5)
l’io spirituale;
6)
lo spirito vitale;
7)
l’uomo-spirito.
Alla
morte corporale, il corpo fisico si dovrebbe separare e dissolvere, ma
rimarrebbero il corpo etereo e l’astrale a sostentare l’io, il quale, dopo un
periodo di permanenza con i puri spiriti e un sonno profondo, riprenderebbe il
ciclo delle reincarnazioni. L’universo avrebbe avuto origine dallo spirito puro
per un fenomeno di condensazione in centri diversi, formando così esseri
differenti, i quali, attraverso millenni di evoluzioni e di successivi avatara, ritorneranno all’unificazione
finale dello spirito puro. Gli astri dunque sarebbero spiriti condensati in
evoluzione, che passerebbero perciò per stadi diversi. Il più grande degli
spiriti lunari sarebbe Lucifero [46];
quello degli spiriti solari sarebbe il Cristo, apparso sulla terra.
Tutto ciò
è ammesso non già perché un iniziato l’ha rivelato, ma perché, mediante una
tecnica particolare, lo si può conoscere sperimentalmente. Si richiede però una
duplice iniziazione. La prima consiste nell’apprendere dal maestro un certo
numero di norme e insegnamenti atti per così dire ad accordare lo strumento; la
seconda comporta riti e cerimonie che non si espongono a tutti, ma soltanto
agli eletti. L’accordo dello
strumento si fa col praticare esercizi, che, con termine generico, si chiamano yoga; essi sono diretti a risvegliare
nel corpo astrale le capacità di percepire le cose ultrasensibili. Dopo di ciò
l’eletto può incominciare a conoscere molte cose.
Tale
dottrina ha tuttora un influenza molto vasta, perché Steiner sviluppò una
propria pedagogia che incrementasse il numero degli eletti. Il primo centro pedagogico fu impiantato nell’autunno del
1919 a Stoccarda, nella Hausmannstraße, per iniziativa di Emil Molt,
proprietario della fabbrica di sigarette Waldorf Astoria. Emil Molt si era
convertito all’antroposofia e
desiderava un’educazione consona alle nuove idee per i propri figli e per i
figli dei propri operai.
A quanto
pare le scuole Waldorf (così sono
denominate tutte le scuole steineriane) sono oggi più di ottocento, in almeno
venti nazioni del mondo, Italia compresa, con larga percentuale di sezioni per
bambini handicappati. I metodi pedagogici di queste scuole sono derivati dall’antroposofia, in modo tutt’altro che
generico, anche se pare che i principi di tale dottrina non siano più adottati
pedissequamente.
Le
applicazioni al campo pittorico e architettonico delle dottrine steineriane
determinarono le scelte teoriche e formali di molti artisti che passarono dal Goetheanum. Tra i componenti del Bauhaus
che furono discepoli dell’antroposofia
vanno ricordati coloro che si recarono a Dornach: negli anni 1920, 1937 e 1940
Paul Klee; nel 1927 Walter Gropius e il pittore ungherese Laszlo Moholy-Nagy;
nello stesso 1927 Herbert Bayer e Marcel Breuer; nel 1934 Max Bill. Le opere
teoriche di due pittori che insegnarono al Bauhaus, Paul Klee e Vasilij
Kandiskij, furono largamente influenzate dalla teoria steineriana dei colori, a
sua volta derivata dagli scritti di Goethe sull’argomento.
Va tenuto
presente che per Steiner l’architettura è qualcosa di più di un esercizio da
dilettante secondo le forme dell’espressionismo. Essa avrebbe virtù
taumaturgiche. Come sede della riconciliazione di tutte le arti, da lui
auspicata, essa sarebbe un veicolo per cogliere, attraverso la percezione
interiore, l’armonia dell’universo del quale l’architettura sarebbe una specie
di grandiosa cassa di risonanza.
Steiner
costituisce un caso più unico che raro. Nonostante abbia esercitato e continui
ad esercitare un’inspiegabile potere ammaliante su artisti e architetti, di lui
quasi non si parla nei manuali di storia dell’arte, né in quelli di storia
dell’architettura, e neppure in quelli di storia della pedagogia. Al di là
delle considerazioni possibili sull’assurdità delle sue teorie, che lo pongono
al livello di tanti ciarlatani e visionari di tutte le epoche, resta il fatto,
misteriosamente taciuto dagli storici, che egli ha fatto molti proseliti.
Forse la
causa di questo silenzio va cercata nell’atteggiamento dello stesso Steiner,
che propose le sue idee con dogmatismo assoluto e fu oggetto di una venerazione
di tipo religioso da parte dei suoi seguaci. Anche da vivo egli riuscì a
rendersi inviso sia alle destre, che non tolleravano la sua dottrina di marca
spiritista, sia alle sinistre, per la natura anti-materialistica del suo
pensiero, e perfino a quei gruppi variamente esoterici ai quali aveva aderito
inizialmente.
Quando si
raggiunse il punto zero del processo fin qui descritto, qualcuno si dichiarò insoddisfatto
di un’arte del costruire così austera dal punto di vista formale.
Nel 1966
Robert Venturi (nato a Philadelphia nel
1927) pubblicò un libro intitolato
Complexity and Contradiction in Architecture.
Il saggio di Venturi aveva tutta l’aria di una apostasia. Egli prende il famoso
aforisma di Mies, Less is more (il
meno è più) e lo capovolge. Less is a bore (il meno è una noia), dice. Invoca la “vitalità pasticciona” (messy
vitality) al posto della “ovvia unità” o
uniformità del modernismo, auspica elementi “ibridi” al posto di quelli “puri”
tanto cari al modernismo, preferisce il distorto al lineare, l’ambiguo
all’articolato, l’inconsistente e l’equivoco al diretto e al chiaro, “sia-sia”
a “o-o”, “bianco e nero e un po’ di grigio” a “bianco e nero”, “ricchezza di
significato” a “chiarezza di significato” [47].
Da quel
momento ricominciò il grande gioco incontrollabile delle forme. Da un lato i
continuatori della tradizione del Movimento Moderno, seguaci di una delle sue
molteplici scuole, dall’altro i nuovi sperimentatori della versione
architettonica della pop art e di
quella corrente storicista che verrà definita Post-Modernism. Gli esponenti di quest’ultima moda, ispirata al più
radicale relativismo, si misero a montare con grande libertà pezzi dell’architettura classica su
un’ossatura moderna.
Come si
può intuire, il rimedio era peggiore del male, perché non veniva ricuperato il
simbolismo delle forme, bensì le forme e basta. I pezzi, per l’appunto.
Se
consideriamo la tempesta iconoclasta scatenata dalle avanguardie la prima tappa
della vicenda sin qui narrata (la tappa in cui l’architettura è stata
introdotta definitivamente nel labirinto), la ribellione dei post-modernist è la seconda tappa.
Si tratta
di una ribellione inefficace, perché contesta il sistema dall’interno stesso
del sistema. Non è che i sogni del Movimento Moderno generino mostri perché
sono contrari alla decorazione, bensì piuttosto perché sono immanentisti, vale
a dire danno più valore alla ragione che alla realtà. La differenza sta nel
fatto che la ragione del Movimento Moderno predilige il pensiero forte (Descartes, l’illuminismo, Kant,
Hegel, il positivismo), mentre il Post-Modernism
preferisce il pensiero debole (dal
nichilismo di Nietzsche in poi) [48].
Attualmente
ci troviamo in una fase di grande confusione. Da una parte siamo sommersi da
una babele di linguaggi architettonici, favorita dal relativismo introdotto più
o meno consapevolmente dalle avanguardie. Dall’altra c’è chi si sente ancora
attratto dalla mania illuminista di classificare gli ismi effimeri del momento come se fossero nuovi stili [49].
Forse si
tratta della sindrome di Colombo di
chi teme di essere anticipato da altri nella codificazione di una nuova
corrente artistica. E così, dopo il tentativo di Henry-Russel Hitchcock e
Philip Courtelyou Johnson di incasellare l’esperienza del Movimento Moderno
dentro un fantomatico Stile
Internazionale, Ray Smith ha classificato il Supermanierismo e Charles Jencks il Post-Modernism, due modi con cui la critica anglosassone ha
definito le esuberanti forme di eclettismo che hanno caratterizzato gran parte
dell’architettura internazionale degli anni Ottanta con il loro culto per il
luogo, il contesto e l’identità.
Poco
tempo dopo Peter Eisenman ha mostrato le potenzialità del Decostruttivismo, che, fra tutte, mi sembra l’evoluzione più
coerente e volutamente inquietante dei principi del Movimento Moderno. Adesso
Hans Ibelings, un giovane ricercatore del Netherlands Architect Institute di
Rotterdam, propone l’ultima moda, il Supermodernismo
[50],
che si riconoscerebbe per la sensibilità minimalista e astratta verso il
neutrale, l’indefinito, l’implicito e per un’idea di spazio come vuoto
controllato.
Date le premesse
fin qui descritte, la terza tappa auspicabile è quella del recupero del
pensiero realista. Bisogna comunque serbare la consapevolezza che costruire è
sempre più difficile di demolire.
Potremmo
dire che i discorsi fatti fin qui costituiscono la pars destruens della ricerca. Adesso bisogna affrontare la pars construens, dato che il fine che mi
propongo è la rinascita dell’architettura in quanto arte.
Il mio
interesse non è quello di combattere gli insegnamenti del Movimento Moderno,
che hanno consentito un salutare svecchiamento dell’arte del costruire. Ma
bisogna distinguere tra chi inciampa in qualche errore e chi usa la menzogna e
la maschera come strumento di azione. È sempre possibile instaurare un dialogo
con chi si trova nell’equivoco, con chi vuole ingannare l’interlocutore no.
Less is
more oppure less is a bore? Forse è più esatto dire che less is a door (il meno è una porta, vale a dire uno degli ingressi
attraverso il quale si entra nel labirinto dell’architettura contemporanea).
Non è un
gioco di parole: la qualità architettonica non può essere trovata mediante un
processo di scarnificazione delle forme. Non è sufficiente produrre manufatti a reazione poetica, come proponeva Le
Corbusier (La-Chaux-de-Fonds 1887 -
Cap-Martin 1965), l’innovatore che più ha condizionato gli sviluppi
dell’architettura nel nostro secolo.
Le
Corbusier fu un diffusore instancabile, e orgoglioso in modo imbarazzante,
delle proprie idee. è curioso
rilevare il motivo per cui questo architetto, figlio di un pastore calvinista
svizzero, assunse uno pseudonimo al posto del suo vero nome, Charles-édouard Jeanneret.
La sua
attività artistica aveva preso le mosse dalla pittura. Aveva fondato il
movimento purista insieme al pittore Amédée Ozenfant (Saint-Quentin 1886 - Cannes 1966). Agli inizi della sua carriera
come architetto decise di adottare uno pseudonimo per differenziare l’attività
progettuale da quella pittorica. Scelse il nome di un suo lontano antenato, Le Corbesier, albigese, fuggito dalla
Francia durante la crociata contro questa setta di catari [51].
Ma
Ozenfant lo convinse a farsi chiamare Le
Corbusier. Con tale termine si indicavano nel Medioevo gli addetti alla
pulizia degli escrementi che i corvi depositavano sui tetti delle cattedrali.
Per Ozenfant, infatti, il suo amico architetto avrebbe avuto il compito di
ripulire l’arte del costruire dagli escrementi ornamentali degli accademici.
Bisogna riconoscere che Le Corbusier spese tutta la vita per compiere questa
missione con zelo puritano.
Tuttavia,
per una sorta di eterogenesi dei fini,
egli divenne famoso fra i suoi ammiratori come Corbu, corvo, per la sua mania di portare occhiali neri tondi e
abiti neri attillati che lo rendevano paradossalmente simile a un corvo [52].
Vale la
pena di rileggere il giudizio di Antoni Gaudí y Cornet (Reus 1852 - Barcellona 1926), il geniale progettista della Sagrada Familia a Barcellona, sul metodo
compositivo di Le Corbusier: Il modellino che ho visto di quest’architetto è un
insieme di parallelepipedi; sembra il marciapiede di una stazione dove hanno
scaricato delle casse di imballaggio, alcune delle quali ricordano degli
scaffali; quest’uomo ha la mentalità di un falegname [53].
Si tratta
di una valutazione molto drastica, ma non è ascrivibile riduttivamente alle
diverse epoche dell’architettura di cui i due personaggi furono gli epigoni
insuperabili. Gaudí sosteneva infatti che l’architettura, al di là delle
correnti artistiche che si succedono nei secoli, deve procedere dall’imitazione
della natura [54].
Nella
realtà non esistono creature che si presentino con la struttura dichiarata. La natura non è un gioco sapiente dei volumi sotto la luce come insegnava Corbu. ... io
credo che le teorie di Le Corbusier siano falso dogmatismo, e che qualunque
sistema di estetica che elimini la bellezza per amore di adattamenti meccanici
sia puritanismo di forme e falsa austerità. [...] Nella realtà, la natura non
segue gli insegnamenti di Le Corbusier. I fiori, gli insetti e gli uccelli, non
sono fatti tenendo presenti semplici necessità di vita; essi offrono una
sorprendente stravaganza di ornamenti lussuosi [55].
Questo vale pure per gli esseri inanimati, alle cui leggi strutturali e
geometriche Gaudí cercò di uniformare le sue opere.
La
bellezza delle architetture preilluministe risiede anche nei loro ornamenti. È
logico che essi si trovino esattamente nel posto in cui sono stati applicati
(nel senso della logica realista) e la loro bellezza deriva pure da questa
logicità.
Nel modo
di procedere classico, sviluppatosi nell’alveo della filosofia realista, aveva
una grande importanza la mimesi
(imitazione) nei confronti della natura, se non addirittura la metessi (partecipazione, concetto
platonico rielaborato in modo convincente nel sistema tomista). Si cercavano le
leggi sottese alla bellezza del creato per elaborare i canoni della bellezza
artistica.
Uno dei
princìpi a cui occorre dare nuova vitalità, per porre rimedio ai guasti del
diluvio luciferino, è pertanto quello di elaborare forme legate alle leggi
strutturali e proporzionali della natura.
Un altro
è quello di utilizzare i simboli [56]
per disegnare le decorazioni ornamentali. È anch’esso un modo naturale di
creare, perché consiste nel definire condizioni di riconoscibilità del
manufatto architettonico rispetto all’uomo che lo abita. Per ottenere tale risultato
non è necessario perdersi nei meandri dell’Einfühlung
(denominato pure simpatia simbolica o empatia), cioè di quella espressività di
cui si è cercato a volte di caricare l’opera architettonica per conferirle una
sorta di vita psichica propria che coinvolgesse emotivamente il fruitore [57].
Le arti
hanno modi diversi per parlare del mondo che ci circonda. Possono farlo in modo
più poetico oppure in modo più descrittivo. Nella letteratura, nella musica e
forse anche nel cinema è preferibile esprimersi in modo metaforico.
Nell’architettura e probabilmente in tutte le arti figurative è meglio
ricorrere al simbolo. Il simbolo contiene un senso definito, una formula
intellettuale, mentre la metafora è un’immagine con gli stessi tratti
caratteristici del mondo che rappresenta. Al contrario del simbolo, l’immagine
ha un senso indeterminato. Non si può parlare del mondo infinito usando
strumenti definiti e limitati. Possiamo analizzare la formula che il simbolo è.
Non possiamo analizzare invece la metafora, che gode quasi di vita propria.
Un poeta
può sentirsi impoverito da simboli e allegorie. Il mondo da lui creato
semplicemente esiste, non ha nessun altro senso. L’artista cerca un’immagine
che sveli la vita così com’è. L’immagine dell’artista ha una quantità incalcolabile
di significati, proprio come incalcolabile è la quantità di significati della
vita.
Questo
tipo di immagine non può essere analizzata. Essa non si presta
all’interpretazione di presunti significati che la critica vorrebbe imporle, né
a sollevare sottili questioni politiche o sociali. Vuole soltanto toccare
l’anima dello spettatore.
Mi è
indifferente il modo in cui il pubblico accoglie e interpreta i miei film.
Realizzo un film in modo che provochi nello spettatore un certo stato
spirituale. Ne risulta che egli, dopo la proiezione del film, non può rimanere
la stessa persona che era prima.
Però per me
non ha importanza l’opinione dello spettatore sullo stile del mio film. Gli spettatori
cercano significati come se si trattasse di una sciarada. Non conosco nessuna
opera d’arte il cui significato sia così lampante come lo vogliono alcune
persone. Quando ascoltano la musica, leggono una storia oppure seguono un’opera
teatrale, molto spesso incontrano particolari che non capiscono. È una
situazione normale davanti a un’opera d’arte; però quando vanno al cinema,
vogliono chiarezza completa, totale comprensione.
Sono contro
la discriminazione nell’arte. La chiarezza non è una questione fondamentale: il
mondo creato dall’artista è complicato come il mondo che lo circonda. A un
certo livello il mondo creato dall’artista esprime anche la complessità della
vita che circonda l’artista [58].
La metafora
è un materiale troppo etereo e impalpabile per utilizzarlo in modo esclusivo in
architettura. Nell’arte del costruire bisogna contare sulla solidità degli
elementi dell’edificio, come pure sulla solidità delle sue forme, che dureranno
nel tempo se avranno profonde capacità evocative. È questo che rende necessario
il simbolo.
Una
ricerca sull’iconografia medievale ha rilevato che nei capitelli dei chiostri
romanici della Catalogna, a San Cugat e a Gerona, ricorrono secondo una certa
cadenza figure di animali simbolici. L’autore della ricerca, consapevole che in
India dodici animali simboleggiano le dodici note musicali, prova a leggere quei capitelli come uno
spartito, e ne trae, a San Cugat, la melodia dell’inno a San Cacufane, il
patrono del luogo (l’inno sarà poi trovato nell’archivio del convento cui il
chiostro appartiene). A Gerona, dedicata alla Madre di Dio, legge sui capitelli
le note dell’inno della Mater Dolorosa.
Non v’è
tuttavia, in quelle sculture fatte musica, nessuna automatica ripetitività: se
il leone sta per la nota fa, il leone
stanco (o sconfitto) riproduce la nota mi,
intervallo inferiore di un semitono, suono di mitezza e pietà [59].
Questo
non vuole essere un appello a impiegare di nuovo colonne, lesene e trabeazioni,
che peraltro sono metafora di sé stesse, almeno quando non c’è rapporto tra
l’aspetto formale e il significato simbolico. Per creare un repertorio
inesauribile di forme simboliche si può utilizzare un linguaggio moderno,
vaccinato al virus iconoclasta. Ciò contribuirà a fondare la bellezza delle
opere architettoniche sul senso di
appartenenza che si riuscirà a instaurare con coloro che vi trascorreranno
la vita.
A tale
scopo non va dimenticato che il significato dei simboli che intendo proporre è
quello dato loro dalla sapienza cristiana. Come si può, infatti, nutrire
simpatia per l’iconografia esoterica a cui viene attribuito un potere quasi
magico dai massoni, una simbologia
che a volte supera i confini del ridicolo?
è più difficile che un osservatore attento faccia confusione
tra iconografie cristiane e iconografie autenticamente gnostiche, perché il
simbolo artistico cristiano è finito, perfetto, oggetto di contemplazione, in
quanto richiama la verità, quella verità al di sopra dell’uomo negata dalla
gnosi. Nel caso di Steiner, invece, l’arte deve produrre fenomeni aperti,
indeterminati, perfino brutti, per favorire il processo di ricongiunzione con
l’Uno di cui gli eletti avrebbero la chiave.
La
sapienza su cui è più opportuno fondare la bellezza artistica è quella descritta
in maniera incantevole nell’Antico Testamento, quella a cui si riferiva Gaudí
quando parlava di tornare alle origini:
Così parla
la Sapienza di Dio:
Il Signore
mi ha creato all’inizio della sua attività,
prima di
ogni sua opera, fin d’allora.
Dall’eternità
sono stata costituita,
fin dal
principio, dagli inizi della terra.
Quando non
esistevano gli abissi, io fui generata;
quando
ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;
prima che
fossero fissate le basi dei monti,
prima delle
colline, io sono stata generata.
Quando
ancora non aveva fatto la terra e i campi,
né le prime
zolle del mondo;
quando egli
fissava i cieli, io ero là;
quando
tracciava un cerchio sull’abisso;
quando
condensava le nubi in alto,
quando
fissava le sorgenti dell’abisso;
quando
stabiliva al mare i suoi limiti,
sicché le
acque non ne oltrepassassero la spiaggia;
quando
disponeva le fondamenta della terra,
allora io
ero con lui come architetto
ed ero la
sua delizia ogni giorno,
mi
rallegravo davanti a lui in ogni istante;
mi ricreavo
sul globo terrestre,
ponendo le
mie delizie tra i figli dell’uomo [60].
A tal
proposito c’è un punto del Catechismo della Chiesa Cattolica che vale la pena
di citare per intero. Esso costituisce una sintesi suggestiva dell’insegnamento
della Chiesa sul rapporto tra verità e bellezza ed è posto a premessa del
capitolo sull’arte sacra.
La pratica
del bene si accompagna ad un piacere spirituale gratuito e alla bellezza
morale. Allo stesso modo, la verità è congiunta alla gioia e allo splendore
della bellezza spirituale. La verità è bella per sé stessa. All’uomo, dotato
d’intelligenza, è necessaria la verità della parola, espressione razionale
della conoscenza della realtà creata ed Increata; ma la verità può anche
trovare altre forme di espressione umana, complementari, soprattutto quando si
tratta di evocare ciò che essa comporta di indicibile, le profondità del cuore
umano, le elevazioni dell’anima, il Mistero di Dio. Ancor prima di rivelarsi
all’uomo mediante parole di verità, Dio si rivela a lui per mezzo del
linguaggio universale della Creazione, opera della sua parola, della sua
Sapienza: l’ordine e l’armonia del cosmo che sia il bambino sia lo scienziato
sanno scoprire, la grandezza e la bellezza delle creature fanno conoscere, per
analogia, l’Autore (cf Sap 13, 5), «perché li ha creati lo stesso
Autore della bellezza» (Sap 13, 3).
La Sapienza
è un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria
dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa si infiltra. è un riflesso della Luce perenne, uno
specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà (Sap 7, 25-26).
Essa in realtà è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri;
paragonata alla luce, risulta superiore; a questa, infatti, succede la notte,
ma contro la Sapienza la malvagità non può prevalere (Sap 7, 29-30). Mi sono innamorato della sua
bellezza (Sap 8, 2) [61].
Si può
confidare sul fatto che il senso comune è sempre un ottimo antidoto agli
estremismi del razionalismo. Una persona che abbia ricevuto un po’ di
formazione cristiana è in grado di distinguere un segno iniziatico da un decoro
che raffigura un contenuto della fede (o più semplicemente una verità
sull’uomo).
Bisogna
rilevare che il simbolismo da solo non basta. Se non è usato con disciplina e
rigore compositivo, esso genera i fenomeni kitsch
o naïf (tanto per usare eufemismi
generosi) di cui si trovano eloquenti testimonianze nelle chiese sistemate
negli ultimi quarant’anni. Da questo punto di vista i soggetti più pericolosi
sono quei pittori e quegli scultori che si improvvisano architetti [62].
Ma i danni vengono pure da alcuni degli stessi architetti.
Disciplina
e rigore compositivo si trovano nella lezione dell’architetto veneziano Carlo
Scarpa (Venezia 1906 - Sendai, Giappone,
1978). Le sue opere permettono di capire l’importanza di tutte le
componenti della grammatica architettonica, in particolare il piedritto e
l’architrave. Si guardino per esempio i pilastri realizzati nella casa
Ottolenghi a Bardolino, che sono allo stesso tempo struttura statica e forma
ornamentale. La loro sezione circolare esalta e arricchisce figurativamente la
funzione portante nelle dimensioni, nelle linee e nel trattamento della
superficie.
Scarpa,
pur lavorando in continuità con la tradizione, non ripropose colonne e
modanature, bensì elaborò un modo nuovo di sagomare i diversi elementi
architettonici [63]. La sua
grammatica compositiva si serve ampiamente di geometrie simboliche di varia
provenienza, come le porte a forma di cerchio, che in Oriente indicano il
passaggio verso l’aldilà, o le finestre ad anelli intrecciati. Gli mancò
soltanto la fiducia nel valore evocativo della verità racchiuso nella
decorazione ornamentale simbolica.
L’architettura
per il culto ha un ruolo organizzativo nei confronti delle opere di arte sacra
ed è arte essa stessa. Ma cos’è l’arte?
Secondo
S. Tommaso d’Aquino, l’arte è innanzitutto una virtù dell’intelletto pratico.
Egli la definisce recta ratio factibilium
(retta norma del lavoro, abilità di scelta riguardo al modo di realizzare con
perfezione un’opera [64])
e la distingue dall’altra virtù dell’intelletto pratico, la prudenza, che è
invece recta ratio agibilium (retta
norma dell’agire, capacità di scelta dei mezzi da adottare per raggiungere un
fine).
A prima
vista potrebbe sembrare che solo la prudenza abbia relazione con il fine
dell’uomo e rientri pertanto nella sfera dell’agire morale, mentre l’arte
sarebbe in qualche modo neutrale. Questo è quanto reclamano i sostenitori dell’indipendenza
assoluta dell’artista. In realtà l’uomo è uno e, sebbene l’arte conservi una
certa autonomia rispetto alla morale, nessuna azione umana è di per sé
insignificante dal punto di vista etico.
Peraltro
il bello è uno dei trascendentali di
ogni ente, cioè una caratteristica inseparabile di ogni sostanza, come l’uno,
il vero e il buono.
La bontà
dell’ente ha relazione con la volontà che lo desidera, mentre la sua verità con
l’intelligenza che lo conosce. La bellezza fa riferimento contemporaneamente
all’intelletto, che riconosce la verità e la bontà delle cose, e alla volontà,
che trae piacere e diletto dalla loro contemplazione.
Non è
facile definire la bellezza. San Tommaso la descrive attraverso gli effetti,
dicendo che è bello ciò la cui contemplazione
piace. La bellezza degli enti viene percepita con le potenze conoscitive:
con la sensibilità (vista e udito specialmente, ma nell’architettura
intervengono anche il tatto e, in minor misura, l’olfatto) e con
l’intelligenza. Ma l’apprensione del bello aggiunge al semplice conoscere il
piacere che deriva da tale conoscenza. È possibile considerare la bellezza un
tipo particolare di bontà, perché ogni bene posseduto provoca gioia: le cose
belle generano uno speciale piacere per il semplice fatto di essere conosciute.
Anche se
la contemplazione del bello porta sempre con sé un certo piacere, la bellezza
non si identifica con il piacere, ma con le proprietà che rendono appunto la
contemplazione piacevole. Domanderò - scrive Sant’Agostino - se le cose sono
belle perché piacciono, o se piacciono perché sono belle. Senza dubbio mi si
risponderà che piacciono perché sono belle [65].
Lo stesso vale per la bontà, che non trae origine nella volontà: le cose continuerebbero
a essere buone o belle anche se non esistessero uomini capaci di desiderarle o
di valutarle da un punto di vista estetico.
La
bellezza si rivela attraverso alcuni caratteri, i quali sono la causa immediata
del piacere estetico. San Tommaso elenca tre aspetti fondamentali: la proporzione, l’integrità e lo splendore.
Come spiega l’Aquinate, per la bellezza infatti si richiedono tre doti. In
primo luogo integrità o perfezione: poiché le cose incomplete, proprio in
quanto tali, sono deformi. Quindi si richiede debita proporzione o armonia tra
le parti. Finalmente chiarezza o splendore: difatti diciamo belle le cose dai
colori nitidi e splendenti [66].
Tutto ciò che riunisce in sé queste caratteristiche è oggettivamente bello, al
di là della sensibilità estetica del singolo o di un’epoca in particolare.
La proporzione (o armonia) del soggetto in sé stesso e in relazione a ciò che lo
circonda non esclude la varietà, non è monotonia o assenza di sfumature
differenti. Si pensi alla meravigliosa disposizione dell’universo nel suo
insieme, che appaga sensi e intelligenza. C’è una certa somiglianza tra il
concetto tomista di armonia e quello
vitruviano di simmetria
architettonica.
L’integrità (o completezza) di una cosa ha relazione con le perfezioni richieste
dalla sua natura.
Lo splendore (o claritas) vuol dire per l’intelletto intelligibilità e verità; per
la vista luce, colore, nitidezza, pulizia; per l’udito quella particolare
disposizione dei suoni che rendono piacevole l’ascolto.
Anche se
tutte le cose sono buone in sé stesse, alcune risultano dannose per l’uomo; ad
esempio le sostanze velenose. Lo stesso succede per la bellezza: tutte le
creature hanno una propria bellezza, maggiore o minore a seconda della
perfezione posseduta; ma perché all’uomo la bellezza degli enti piaccia, deve
esistere una certa proporzione fra le sue potenze conoscitive e la bellezza che
percepisce [67].
È proprio tale convenienza con l’oggetto ciò che, rendendone più adeguata e
facile la conoscenza, causa piacere: le nostre facoltà, create da Dio per
conoscere l’essere, godono della contemplazione di ciò che è perfetto.
La
necessità di questa proporzione proviene soprattutto dalla nostra natura
corporea e dalla conoscenza sensibile. Così si spiega, ad esempio, perché vi
siano aspetti della bellezza che superano certi uomini, come vi sono delle
verità che risultano oscure a qualche intelligenza. Si giustifica così anche la
necessità dell’educazione del gusto
estetico, senza la quale è difficile cogliere la bellezza di certe manifestazioni
artistiche.
Tutto
questo conferma l’oggettività della bellezza. Anche se nell’epoca contemporanea
il soggettivismo prevale nell’ambito artistico, la bellezza di un oggetto non
dipende da ciò che ciascuno considera bello o dalle valutazioni perentorie
della critica ufficiale. Se così fosse, non avrebbe alcun senso parlare di
bello e di brutto. L’esperienza ordinaria e l’esperienza artistica manifestano
che sia la bellezza naturale sia quella prodotta dall’uomo trascendono
quest’ultimo e si fondano sulla natura delle cose. Per questo un individuo può
avere un gusto artistico, una capacità di valutare e produrre il bello,
disordinati [68].
L’artista
può veramente dirsi tale solo quando, secondo il proprio specifico modo di
esprimere il bello, svela la verità delle cose insieme con la loro unità e
bontà. Per pulchra ad unum, verum, bonum:
l’uno, il vero, il buono, sono l’approdo finale più ricco che possa toccare
chiunque navighi nel mare del bello. A meno che non voglia naufragare
sull’isola del proprio io petulante e povero di risposte esaurienti.
«Creato ad
immagine di Dio» (Gn 1, 26), l’uomo esprime la verità del suo
rapporto con Dio Creatore anche mediante la bellezza delle proprie opere
artistiche. L’arte, invero, è una forma di espressione propriamente umana. Al
di là dell’inclinazione a soddisfare le necessità vitali, comune a tutte le
creature viventi, essa è una sovrabbondanza gratuita della ricchezza interiore
dell’essere umano. Frutto di un talento donato dal Creatore e dello sforzo
dell’uomo, l’arte è una forma di sapienza pratica che unisce intelligenza e
abilità (cf Sap 13, 5) per esprimere
la verità di una realtà nel linguaggio accessibile alla vista e all’udito.
L’arte comporta inoltre una certa somiglianza con l’attività di Dio nel creato,
nella misura in cui trae ispirazione dalla verità e dall’amore per gli esseri.
Come ogni altra attività umana, l’arte non ha in sé il proprio fine assoluto,
ma è ordinata al fine ultimo dell’uomo e da esso nobilitata (cf Pio XII,
discorso del 25 dicembre 1955 e discorso del 3 settembre 1950) [69].
Il vero
artista è consapevole della propria responsabilità di coltivare la virtù
dell’arte al di sopra dell’interesse personale, in particolare al di sopra
della venalità. Ma deve sapere andare anche oltre la vanità. Se egli non mette
da parte qualsiasi forma di vanagloria, compromette l’integrità della propria
opera e non permette l’apparizione di quell’aspetto della verità che è la
bellezza.
C’è un
esempio bellissimo in una lettera indirizzata da Leopardi a Giordani che era,
secondo alcuni, il suo amico cattivo. In questa lettera, che è del 1819, nei
mesi in cui risulta composto L’Infinito, il poeta racconta all’amico di sé, che gli
sembrava di impazzire e pensava che se fosse impazzito se ne sarebbe stato
seduto senza parlare a guardare nel vuoto, anticipando così il contenuto de L’Infinito, in cui però il fatto personale, pieno
della singolarità dell’individuo e della sua esperienza si dilata, diventa
fatto artistico, tramite un progressivo distacco operato attraverso la
traduzione dei sentimenti in immagini dove la persona non è più presente,
immagini che, però, sono cariche della propria vita intima, segreta, personale,
ma, appunto, in un’immagine che avvicina l’autore al destinatario dell’opera.
Infatti lo stesso termine di idillio,
che viene sempre interpretato malamente, deve essere considerato in senso
etimologico: eidillion in greco
indica un’immagine.
L’idillio
forse vale per il ritmo, le assonanze, le consonanze, le rime in mezzo, il
numero delle sillabe, la caduta degli accenti, più di quanto non si creda. In
qualunque fenomeno artistico questo aspetto assolutamente impersonale, e perciò
aperto a tutti, perché siamo fatti tutti allo stesso modo figli di Dio,
insensibilmente, senza rendersi evidente, è il veicolo per una comunicazione
intensa e completa più di quanto non lo sia l’espressione del sentimento,
perché il sentimento rende partecipe l’opera ad un ambito molto più limitato.
Mi viene in
mente il corpus dei Cistercensi dettato direttamente da San Bernardo dopo
l’esperienza che aveva avuto a Fontenay come abate. In esso vale moltissimo
l’aspetto musicale, le proporzioni sono esattamente quelle che vengono
riportate negli accordi semplici, l’unisono, l’ottava, la quarta, quinta, ecc.,
e l’oggetto stesso è un oggetto risonante anche in termini fisici, uno
strumento che vibra bene perché la voce si distribuisce molto bene. Questo
accordarsi di figura visibile e di efficacia sonora rivela un fatto molto
profondo: tutto quello che ci riguarda può essere veicolato attraverso le
esperienze del vissuto. Una delle prime esperienze dell’uomo è di carattere
musicale: in senso lato, il battito cardiaco. Questo è qualcosa che, se
controllato bene, permette all’opera di diffondersi aldilà di quello che sia
un’esagerata, o anche appassionata, comunicazione personale. Il dissidio sta
proprio in questi termini, dove da una parte l’opera vale in quanto piena della
personalità che la produce, dall’altra invece in quanto la personalità che la
produce si ritira. L’anonimato delle grandi costruzioni in passato ha questo
significato.
Ancora
Leopardi, in una lettera al cugino, spiega come lavora: per fare una poesia, mi viene un’idea, - dice, chiamandola anche frenesia - dopodiché mi guardo bene dal lavorare
mentre ho questa frenesia, me ne
distacco, e se per caso questa idea, questa pulsione, mi ritorna, il che
avviene magari dopo settimane o anche di più, allora comincio a pensare che si
tratta di una cosa che può avere un esito, mi metto a lavorare, ma con una
fatica, una lentezza tale, che riesco a fare pochi versi per volta.
Tutto ciò
esprime felicemente quello che è il lavoro dell’artista, che non è fatto sotto
l’impulso di una frenesia, ma piuttosto con la segreta fatica artigianale [70].
Si
potrebbero a questo punto fare alcune osservazioni sulla tensione esistente
nella produzione artistica tra la compostezza apollinea e la hybris dionisiaca, la frenesia di cui si
parla sopra. Ma qui interessa piuttosto sottolineare che nell’arte vale una
regola analoga a quella che vige nel cammino verso la santità: se il
chicco di grano non muore cadendo per terra, resta infecondo; ma se muore dà
molto frutto [71].
Scomparire
con il distacco da sé permette al santo di fare apparire nella propria vita
l’immagine di Cristo. è il
criterio enunciato da Giovanni Battista quando invita i suoi discepoli a
seguire il Figlio di Dio. Nacque allora una discussione tra i discepoli di
Giovanni e un Giudeo riguardo la purificazione. Andarono perciò da Giovanni e
gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano, e al
quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui».
Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal
cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io
sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico
dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo.
Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire» [72].
In qualche misura anche l’artista deve annullarsi nella propria opera.
Non amo
per niente il concetto di arte per l’arte.
Ma il fatto che l’arte abbia una missione di servizio non vuol dire che essa
sia valutabile con i parametri dell’utilità. È difficile far accettare questa
autonomia dell’arte rispetto all’utile in un mondo come il nostro, dove
l’economia spadroneggia persino sugli aspetti più intimi della vita dell’uomo.
L’artista,
il genio, è al servizio di Dio o degli uomini? Crea per gli uomini o per Dio? La
domanda si lega alla creazione. Mi sembra che l’uomo crei per esistere; per
esistere sulla via della verità. E il suo modo di esistere è anche la domanda
sulla creazione («Per chi si crea? Per che cosa si crea?»), è in sostanza una
domanda senza risposta. In fondo nessun artista sa la risposta alla domanda, sa
solo la propria versione della domanda.
Questo
riporta a quanto detto prima, la verità che cerchiamo, a cui a modo nostro
contribuiamo. In tutta la questione è fondamentale il ruolo dell’istinto, l’istinto
creatore. L’artista crea sulla base dell’istinto, non sa perché in quel momento
fa questo o quello, scrive, dipinge. Solo dopo comincia ad analizzare, a
cercare spiegazioni, a razionalizzare, ad arrivare a risposte che non hanno
nulla in comune con l’istinto, il bisogno istintivo di agire, creare,
esprimere.
La
creazione è talora espressione dell’essenza spirituale. Nell’ambito delle
azioni umane non c’è niente di così ingiustificato, disinteressato,
autosufficiente come l’arte. Se dalle questioni umane si eliminasse tutto
quanto ha qualcosa in comune con il guadagno, rimarrebbe solo l’arte [73].
Come
sosteneva Vitruvio, in architettura occorre che la forma (venustas) sia rispondente alla funzione (utilitas), oltre ad avere una struttura costruttiva (firmitas) soddisfacente. Ma con il
termine utilitas non intendeva la
serie di motivi economici (bene utile) che possono determinare la
decisione di realizzare un’architettura, bensì l’amore per quell’arte (bene onesto) capace di servire e
manifestare gli scopi profondi della vita e dell’attività dell’uomo.
La
ricerca del bene utile può produrre
mostruosi giocattoli pubblicitari come l’AT&T
Building a New York o La Grande Arche
della Défense a Parigi, ma è
radicalmente incapace di riprodurre la magia del Campo dei miracoli a Pisa o di trovare i fondi per realizzare un
manufatto tanto inutile quanto la Piramide di Cheope. Da questo punto di
vista si può dire che la bellezza è inutile, che l’arte stessa è inutile.
Dopo
avere ricordato alcuni princìpi dell’arte in generale, dato che questi princìpi
sono caduti nell’oblio, c’è da chiedersi che cos’è l’arte sacra. Devo intanto ammettere che la specificazione sacra mi dà un po’ di fastidio, poiché
non basta che il soggetto di un’opera sia religioso affinché l’opera stessa ne
esprima la sacralità. Al contrario ci sono molte opere di soggetto profano che
manifestano il divino in modo molto più pieno. La questione non è delle più
semplici.
L’arte sacra è
vera e bella quando, nella sua forma, corrisponde alla vocazione che le è
propria: evocare e glorificare, nella fede e nella adorazione, il Mistero
trascendente di Dio, Bellezza eccelsa di Verità e di Amore, apparsa in Cristo
«irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1, 3), nel quale «abita corporalmente tutta
la pienezza della divinità» (Col 2,
9), bellezza spirituale riflessa nella Santissima Vergine Madre di Dio, negli
Angeli e nei Santi. L’autentica arte sacra conduce l’uomo all’adorazione, alla
preghiera e all’amore di Dio Creatore e Salvatore, santo e santificatore [74].
Per questo
i vescovi, personalmente o per mezzo di delegati, devono prendersi cura di
promuovere l’arte sacra, antica e moderna, in tutte le sue forme, e di tenere
lontano con il medesimo zelo, dalla Liturgia e dagli edifici del culto, tutto
ciò che non è conforme alla verità della fede e all’autentica bellezza
dell’arte sacra (cf Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosantum concilium, 122-127) [75].
Alcuni
sostengono che si debba affidare l’incarico di un’opera per il culto ad artisti
non credenti se si vuole ottenere un lavoro più autentico. A mio avviso questa posizione si basa su di una
concezione gnostica dell’arte, assimilabile al mito del buon selvaggio [76].
è vero che un’artista non è reso capace di creare capolavori
dal solo fatto di essere cristiano. Ma se egli è allo stesso tempo una persona
di grande fede e un grande artista potrà esprimere con maggiore profondità la
bellezza della verità contenuta nel tema assegnatogli.
Va
ricordato inoltre che la Chiesa, con una saggezza che si può definire materna,
preferì incoraggiare la nascita di un arte gioiosamente naturalista, quale fu
il barocco, quando si accorse che pittori e scultori manieristi turbavano i
fedeli con le loro opere impregnate di intellettualismo pessimista. Basti per
tutte l’esempio di quella splendida opera del Pontormo, il Trasporto di Cristo al sepolcro (1525-28), che ammiro molto ma che
non avrei mai collocato all’interno di una chiesa [77].
Purtroppo
il pregiudizio dell’autenticità (misto a un discreto complesso di inferiorità
nei confronti della cultura contemporanea) ha indotto alcune volte vescovi,
parroci e religiosi a rivolgersi a persone corrotte dal punto di vista morale e
poco valide dal punto di vista artistico. Il primo aspetto non può inficiare da
solo la scelta degli artisti, che, in quanto uomini, hanno diritto a tutta la
comprensione e tutto l’aiuto del cristiano, nel rispetto della libertà
personale. Il secondo aspetto è invece determinante: se le opere in questione
sono ingannevoli - perché celano significati non cristiani - o semplicemente
brutte, non le si può collocare in una chiesa a danno dei fedeli.
Qualcuno
ha fatto rilevare che nel nostro secolo le immagini che esprimono con più forza
l’evento della Crocifissione sono state generate lontano dalla Chiesa. La
produzione figurativa generata nell’alveo della Chiesa è invece di infima
qualità e al tempo stesso incapace di comunicare con il mondo. George Rouault (Parigi 1871-1958), uno dei pochi grandi
artisti conservatisi cattolici, aveva avvertito tutto il dramma di questa
distanza e ne aveva dato la sua spiegazione. Secondo lui la pittura religiosa è
esangue perché è impiastricciata del
passato, segue una forma esteriore di bello, che non porta a niente. Non serve
a niente prendere in prestito idee dal guardaroba degli antichi. E
avvertiva: la vera arte sacra è stata
fatta senza presupporre di essere arte sacra.
Rouault,
in realtà, un debito con il passato lo aveva contratto, come quasi tutti i suoi
colleghi che in questo secolo si siano cimentati su soggetti religiosi. è il debito con Mathis Neithardt
Gothardt, detto Grünewald (Würzburg 1480
ca - Halle 1528), il grande pittore tedesco che tra il 1512 e il 1516
dipinse quello straordinario capolavoro che è l’altare di Isenheim a Colmar, in
Alsazia. Isenheim è un po’ il Sacro Monte a cui tutti i grandi, in particolare
nel secondo dopoguerra, si sono recati in pellegrinaggio.
L’elenco
dei pellegrini è lunghissimo. Inizia da Pablo Picasso e arriva sino a Francis
Bacon e ad Arnulf Rainer, senza saltare neppure un temperamento lirico e
pacifico come quello di Henri Matisse (Le
Cateau 1869 - Cimiez 1954). Questi, nel 1946, dovendo dipingere la famosa
cappella di Saint-Paul-de-Vence in Provenza, realizzò numerosi disegni proprio
ispirandosi alla Crocifissione di
Grünewald.
Cosa li
ha convinti della necessità di questo pellegrinaggio? Forse l’intuizione che
l’indifferenza del mondo può essere vinta solo accettando di seguire la
violenza inaudita e scandalosa di Grünewald. È lo scandalo che la gnosi si
rifiuta di accettare, perché lo reputa assurdo [78].
I pittori della Croce esprimono il senso di una lotta: quella della realtà
contro chi ha preteso che sia possibile una salvezza fuori dalla realtà stessa.
Essi hanno rimesso in gioco la realtà, anche a costo di trovarsela tra le mani
devastata e cieca.
Per
superare il complesso di inferiorità a cui si faceva accenno è urgente che il
committente ecclesiastico studi molto e si prepari bene a svolgere il proprio
ruolo. Egli deve sapere, allo stesso tempo, fare richieste precise all’artista,
pretendendo da lui che faccia e rifaccia il proprio lavoro fino a raggiungere
il risultato dovuto, e rispettarne la libertà di espressione. Nei casi estremi
sarà necessario rivolgersi ad altri, perché le chiese non possono essere il
museo dei capricci di sedicenti artisti oppure di artisti veri ma orgogliosi.
Il
committente colto e consapevole sa scegliere fra un Bernini e un Borromini [79],
senza attendere di vedere il risultato finale, che sa intuire dalle opere giovanili
dell’artista. A volte può chiedere qualche modifica in corso d’opera.
Oggi sono
pochi i committenti con le idee chiare su cosa vogliono. Nel caso
dell’architettura, quando viene affidato l’incarico di progettare un ospedale,
una scuola o una chiesa, specie se l’incarico è pubblico, non viene mai fornito
un programma chiaro (che tipo di vita si intende far svolgere in
quell’edificio, quali valori si vuole raffigurare in esso e come). Si lascia
all’architetto la massima libertà, che poi è assoluta discrezionalità non solo
sull’aspetto del manufatto, ma anche sulla sua funzione reale.
Questa
delega di compiti è assurda, perché è come commissionare a un sarto un abito
per una persona inesistente (a cui il sarto dovrebbe avere la possibilità, del
tutto fantasiosa, di far compiere il salto dal nulla all’essere): il minimo che
possa succedere, al momento di farlo indossare, è che l’abito si accartocci su
sé stesso per l’assenza di un proprietario.
Se alcuni
committenti ecclesiastici debbono superare il complesso di inferiorità nei
confronti della gestualità gratuita di alcuni artisti, altri debbono scoprire
che il gusto per la verosimiglianza di tipo rinascimentale è un pregiudizio.
L’arte è vedere oltre. Certi efebi svenevoli del Pinturicchio o certe villanelle
di Raffaello sono molto più lontane dalla verità sui santi e sulla Madonna dei
soggetti ritratti da Duccio di Boninsegna o da Cosmè Tura.
In ogni
caso non guasterebbe un lavoro accurato per demitizzare l’arte, riportandola
nell’alveo dei mestieri artigianali, che sanno umilmente contornare la vita
dell’uomo di oggetti significativi. Per ottenere tale risultato ritengo
inevitabile avviare un’opera di demistificazione delle argomentazioni degli
artisti contemporanei (o delle schiere di critici d’arte compiacenti e
compiaciuti delle proprie trovate retoriche), che non cercano la bellezza
quanto la comunicazione.
PARTE
SECONDA
UN
ESEMPIO ATTUALE
DI
IMPIEGO DELLA DECORAZIONE
La
riconfigurazione del presbiterio della cappella
del Sacro Cuore
nella Casa di Riposo Giacomo Cusmano,
S.
Giuseppe Jato (Palermo).
Ho scelto
la riconfigurazione del presbiterio della cappella
del Sacro Cuore nella Casa di Riposo
Giacomo Cusmano, che si trova a S. Giuseppe Jato, come esempio di recupero
dell’ornamento architettonico in un progetto di edificio di culto.
è un intervento dalle dimensioni esigue. Si tratta
della riconfigurazione di un presbiterio di appena venti metri quadrati,
profondo quattro metri e largo cinque. Può sembrare strano che si sprechi
inchiostro per descrivere un’operazione di modifica così piccola. Eppure... c’è
tutto il mondo chiuso dentro una piccola noce. Ci sono maniere di agire, anche
alla piccola scala, che sono paragonabili al codice genetico del DNA, per il
loro valore programmatico. In questo caso, infatti, credo che il risultato
corrisponda compiutamente ai princìpi esposti nella prima parte della ricerca.
Il magister maragmæ [80]
questa volta non è stato il progettista, bensì il geom. Giacomo Greco, titolare dell’impresa che ha eseguito i lavori.
Questa divisione dei ruoli, insieme alle numerose intromissioni del
committente, che peraltro non possedeva una comprensione adeguata del fare
architettonico, ha creato non pochi problemi per la realizzazione a regola
d’arte del progetto.
Nonostante
tutto, e grazie alla puntigliosità con cui il geom. Greco ha cercato di
attenersi il più possibile alle previsioni del progetto, il maragma è stato combattuto e vinto, fino
ad ottenere un ordine finale più che dignitoso.
Prima di
parlare del progetto vero e proprio, bisogna entrare nel merito della
progettazione dello spazio celebrativo cristiano. A tale scopo la recente Nota
pastorale della C.E.I. sull’adeguamento
delle chiese secondo la riforma liturgica costituisce un importante testo
di riferimento normativo.
Si tenga
presente che il documento della C.E.I. nasce dopo un esame ponderato dei
numerosi abusi che hanno fatto seguito alla Riforma liturgica. Quest’ultima è
stata utilizzata in molti casi come un alibi per giustificare gli esperimenti
più arbitrari. Anche in questo settore si è scatenato il diluvio, all’incirca
trent’anni fa.
Viene
riportato di seguito un ampio stralcio della premessa, perché evidenzia alcune
questioni fondamentali.
L’adeguamento
liturgico delle chiese, che nel nostro Paese presenta tuttora carattere di
urgenza, comporta implicazioni di interesse generale ed è particolarmente
complesso.
A distanza
di trent’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II occorre innanzi tutto
porre termine alla stagione della provvisorietà, spesso interpretata come
sinonimo di improvvisazione e di casualità e quindi fonte di gravi disagi dal
punto di vista celebrativo, estetico ed educativo. Inoltre, in molti casi in
cui, per svariate ragioni, nulla è ancora stato fatto, bisogna sollecitare i
responsabili a prendere le iniziative idonee per procedere all’adeguamento
degli spazi celebrativi secondo la riforma liturgica. Infine, è necessario
completare e verificare i numerosi interventi di adeguamento liturgico finora
realizzati in modo parziale, talora confuso e approssimativo. [...]
La Chiesa
[...] ha conosciuto altri momenti storici nei quali ha sentito la necessità di
importanti interventi di adeguamento liturgico delle chiese, per dare
attuazione alle riforme liturgiche che si sono succedute nel corso della sua
storia. Il problema dell’adeguamento, tuttavia, oggi si presenta in modo
diverso e certamente più complesso che in altri tempi per tre ordini di motivi:
a) per il
carattere peculiare dell’attuale riforma liturgica che, secondo gli storici, è
la più completa e organica, la più vasta e incisiva che la Chiesa cattolica
abbia conosciuto;
b) per la
particolare difficoltà di ogni progetto architettonico e artistico che intenda
inserirsi in modo innovativo in un contesto già dotato di una propria
fisionomia celebrativa, storica e artistica;
c) per la
specifica sensibilità storica e la particolare cultura della conservazione e
del progetto, che caratterizza la nostra società e di cui occorre tener conto
in ogni iniziativa che comporti adeguamenti liturgici [81].
La Nota
completa la trilogia con cui la
C.E.I. cerca di mettere ordine in una materia in cui è regnato, negli ultimi
decenni della storia italiana, un po’ di confusione. Il primo testo è dedicato
alla conservazione delle opere d’arte di proprietà della Chiesa italiana [82].
Il secondo riguarda i criteri di progettazione delle chiese nuove [83].
è interessante rilevare che la Chiesa rivendica la propria
autonomia nei confronti delle Soprintendenze ai Beni Culturali per quanto
riguarda le operazioni di adeguamento liturgico. Bisogna infatti superare
l’ideologia della conservazione a tutti i
costi, soprattutto quando si tratta degli edifici per il culto, che sono
luoghi in cui la vita impone adattamenti alle differenti epoche storiche. è necessario evitare gli eccessi: non è
giusto deturpare il patrimonio storico e artistico, ma neppure si può
costringere la gente ad abitare dentro musei.
Si
rimanda alla lettura della Nota per approfondire sia i requisiti liturgici
della progettazione dello spazio celebrativo sia quelli dei singoli elementi di
arredo per il culto.
S.
Giuseppe Jato, paese dell’entroterra palermitano a circa 30 km dal capoluogo
siciliano, si costituì a comune nella prima metà dell’Ottocento. Allora si
chiamava S. Giuseppe dei Mortilli. Fondatore ne fu Giuseppe Beccadelli,
principe di Camporeale, marchese d’Altavilla e della Sambuca, che mise al bando
a basso prezzo le terre della zona.
Fra
coloro che acquistarono in enfiteusi alcuni fondi di quel territorio c’era un
tal Pietro Cusmano, nonno di quel Giacomo Cusmano (Palermo 1834-1888) che Giovanni Paolo II avrebbe proclamato beato
il 30 ottobre 1983.
Giacomo
Cusmano nacque a Palermo da una famiglia benestante. Era un uomo dotato di
ricca personalità, ingegno vivace e grande comunicativa. Si laureò
brillantemente in medicina a 21 anni ed esercitò per quattro anni la
professione tra i poveri di Palermo. Maturata in seguito la vocazione al
sacerdozio e ordinato nel 1860, sentì la chiamata a una particolare missione di
carità che realizzò nel 1867 con la fondazione dell’Associazione del Boccone del Povero e, più tardi, delle due
congregazioni delle Serve e dei Servi dei Poveri. Da Palermo estese il
suo movimento di solidarietà cristiana ad altri centri della Sicilia
occidentale. Oggi le sue fondazioni sono presenti anche in America e in Africa.
S.
Giuseppe Jato si stende ai piedi del Monte Jato. Benché la cima di questo
rilievo tocchi appena 852 metri, esso è circondato su tre lati da scoscesi
pendii che lo rendono praticamente inaccessibile. Il Monte Jato si presenta
molto adatto a un insediamento in posizione di controllo dell’unica via di
comunicazione tra la Conca d’Oro e la valle del Belice, cioè tra la costa
tirrenica e quella meridionale dell’isola.
Lassù
sorse all’inizio del I millennio a. C. una cittadina degli Elimi, detta Iaitas in greco, Ietas in latino e Giato
in epoca medievale. La vita della città continuò ininterrotta fino al 1246,
anno in cui Federico II di Svevia la rase al suolo e deportò a Lucera gli arabi
che vi si erano asserragliati dopo essere insorti contro il suo governo. Gli
scavi iniziati nel 1958 e tuttora in corso hanno riportato in luce il pregevole
agglomerato di epoca ellenistica [84].
Sul corso
principale del paese, di fronte alla madrice dedicata a S. Giuseppe, si trova
l’edificio realizzato agli inizi del Novecento che un certo padre Riccobono
donò alle Serve dei Poveri. Queste vi
sistemarono la Casa di Riposo Giacomo
Cusmano, che accoglie oggi all’incirca cinquanta anziani. All’interno si
trova una cappella di gusto neoclassico.
Il 26
novembre del 1996 misi piede per la prima volta in questo edificio, invitato
dalla superiora delle Serve dei Poveri
che si occupano della Casa di Riposo,
suor Loretina Vecchio, la quale intendeva migliorare la qualità
dell’adeguamento liturgico realizzato un po’ di tempo prima nella cappella.
La
cappella del Sacro Cuore, che si trova al piano terra dell’edificio, ha una
fisionomia marcata.
Nonostante
essa sia stata realizzata presumibilmente agli inizi del secolo, ha forme
ispirate a un neo-classicismo pesante, soprattutto per quanto riguarda i
capitelli delle lesene e i cornicioni aggettanti tra le pareti e la volta.
L’impianto
è una semplice aula. L’arco trionfale separa la navata dal presbiterio.
L’asse
longitudinale è disposto nel senso sud-est/nord-ovest. Forse l’orientamento è
determinato in modo casuale dalla posizione dell’aula all’interno dell’edificio.
Soltanto
due finestre sul fianco nord-est illuminano l’ambiente, una sul presbiterio,
l’altra sulla navata. La luce naturale non è sufficiente, perché le finestre si
aprono su un cortile interno. La luminosità della cappella è garantita da una
serie di lampade alogene, collocate al di sopra del cornicione su cui si
imposta la volta a botte che copre l’intero spazio interno.
Il
presbiterio è dominato da una statua del Sacro Cuore di Gesù, di qualità
modesta, posta all’interno di una nicchia incorniciata da più cordoni di
elementi fitomorfi convenzionali.
Altre due
statue di scarso valore artistico, quella della Madonna e quella di S.
Giuseppe, si trovano nella navata, l’una di fronte all’altra, poco prima
dell’arco trionfale.
Sul vano
d’ingresso della cappella, che si apre all’inizio della navata, è stato
realizzato un soppalco, a cui si accede dal primo piano dell’edificio. La
sagoma dell’intradosso è sviluppata in curva, senza una chiara giustificazione
né formale né strutturale.
Qualche
anno fa il presbiterio ha subito un adeguamento in cui si è tenuto conto dei
dettami della Riforma liturgica, ma senza dedicare una cura specifica alla
qualità architettonica dell’intervento. Sulle pareti della cappella è stato
steso un velo di pittura rosa. Sono state anche ridipinte le lesene con un
fondo ocra che si voleva rendere simile al marmo con pennellate di verde che
imitassero le venature lapidee. Sulla pittura è stato passato uno smalto
trasparente e riflettente che ha alterato l’aspetto cromatico e l’effetto luminoso
dell’insieme senza rispettarne le regole compositive. Forse si potrebbe
attenuare l’alterazione cromatica sostituendo alle lampade alogene alcuni tubi
fluorescenti.
Degli
interventi fatti di recente nel presbiterio, alcuni non soddisfacevano l’attuale
superiora delle Serve dei Poveri.
Come mi
spiegò nel corso del nostro primo incontro, la superiora aveva intenzione di
sostituire l’altare versus populum [85],
i due leggii marmorei e la sede del celebrante, che non erano di buona fattura.
Chiedeva inoltre di verificare l’opportunità di realizzare un nuovo crocifisso
al posto di quello sistemato a fianco del tabernacolo.
Nella
fase di elaborazione del progetto di massima proposi di disegnare anche un nuovo
tabernacolo, da collocare al posto di quello esistente. Quest’ultimo, infatti,
non era soltanto molto brutto ma risultava anche troppo “moderno” per le
caratteristiche architettoniche dell’ambiente.
Nello
studiare la distribuzione degli elementi liturgici, ho pensato di equilibrare i pesi formali all’interno del presbiterio. Ho impiegato una sorta di
canone della ponderazione
architettonico.
Al centro
del vano è stato collocato l’altare nuovo. Il Concilio Vaticano II insegna che
la Messa è centro e radice della vita del cristiano [86].
Allo stesso modo l’altare deve essere il centro dello spazio liturgico. Non
soltanto del santuario che lo
accoglie, il cosiddetto bema, ma
dell’edificio di culto intero.
La forma
triangolare della base della mensa è accolta da una stella a sei punte (il
rimando è alla stella di Davide, dalla cui discendenza venne il Messia [87]).
La stella è realizzata con sei rombi di marmo rosso custonaci.
Questo è
il fulcro del disegno della pavimentazione, costituita da rombi di marmo bianco carrara e cremo valencia che formano stelle concentriche fino alle pareti.
Sotto
l’arco trionfale sono stati collocati, a sinistra, l’ambone e il candelabro e,
a destra, il leggio dei fedeli. Il candelabro si trova su una piccola
piattaforma triangolare, aggiunta alla pavimentazione del presbiterio, che si
innesta sul pavimento della navata.
La quota
del santuario è 12 cm più alta
rispetto alla navata (originariamente era 16 cm più alta).
Dietro
l’altare è stato ricavato un rettangolo rialzato di 36 cm, in modo da dare
risalto al tabernacolo e da costituire una pedana per la sede del celebrante,
che così può presiedere in modo ancora più dignitoso l’assemblea dei fedeli.
A
quest’area si accede tramite tre gradini a sinistra, dove si trova la sede, e
altri tre a destra, dove è stato collocato il nuovo crocifisso.
Si
determina così una disposizione a [88],
con l’altare al centro, ambone e sede ai due vertici del braccio sinistro della
croce, leggio e crocifisso ai due vertici del braccio destro. Il tabernacolo
nuovo domina l’insieme.
Sono
stati sistemati anche i due vani laterali, in precedenza nascosti da tende
inadeguate al decoro dell’aula.
I vani
sono stati sagomati in modo da inserirsi nell’architettura della cappella. Nel
vano della porta che immette in uno dei corridoi della Casa di Riposo è stata sistemata una porta a vetri. Nell’altro vano
è stata alloggiata, con lo stesso disegno della porta, una grande finestra.
Dopo
essersi resa conto della qualità dei nuovi infissi, la superiora ha deciso di
sostituire anche la finestra della navata, per la quale ha chiesto di
realizzare una vetrata che rappresentasse il beato Giacomo Cusmano.
Come è
stato già detto, questa è la parte più delicata del progetto, di ogni progetto
che riguardi una chiesa, perché si tratta del centro del tempio cristiano.
Sono
molte le metafore con cui la Tradizione, a cominciare dai Padri della Chiesa,
guarda all’altare.
Senz’altro
l’altare ricorda la mensa attorno alla quale si svolse l’Ultima Cena. Però esso
è l’ara su cui viene rinnovato il Sacrificio della Croce e si verifica l’evento
prodigioso della transustanziazione [89].
Gesù Cristo, che si è davvero incarnato assumendo la natura umana - anima e corpo
-, è misteriosamente sacerdote, vittima e altare del suo stesso Sacrificio.
Ho deciso
di utilizzare questa verità della fede per dare forma all’altare. Ho cercato di
disegnare un altare che fosse figura di Cristo [90]
e allo stesso tempo si armonizzasse con l’ambiente esistente.
L’altare
deve rappresentare le due nature, quella divina e quella umana, unite
nell’unica Persona del Figlio di Dio. È quanto significava, in alcune
cattedrali romaniche, il grifone,
unione mitologica di cielo (testa, ali e zampe d’aquila) e terra (corpo di
leone).
La forte
suggestione offerta dalla narrazione biblica del diluvio è data anche dal fatto
di essere figura del Sacrificio del Calvario. Per questa ragione avevo
progettato la prima versione dell’altare destinato a questo presbiterio
prendendo spunto proprio dall’arcobaleno. Volevo che l’altare fosse metafora
dell’arcobaleno con cui Jahve sigillò l’alleanza con Noè dopo il diluvio.
L’iride è un ponte tra il cielo e la terra, tra la burrasca e il sereno. Il
Redentore è l’unico mediatore, l’unico pontefice, tra Dio e gli uomini.
Il primo
altare era composto da due cubi cavi di marmo bianco, accostati tra di loro e
appoggiati su una base di marmo verde. L’unione tra i cubi veniva realizzata
con tre ghiere di pietra rossa, gialla e azzurra che avrebbero rappresentato
l’arcobaleno. L’arco avrebbe fatto da cornice alle grate attraverso le quali si
sarebbero intraviste le reliquie poste all’interno.
Nei due
cubi sarebbero stati simboleggiati con opportune decorazioni i due misteri principali
della fede cristiana: l’Unità e Trinità
di Dio; l’Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione della Seconda Persona della Trinità.
Il
committente, quando ormai di questo altare erano pronti i disegni esecutivi, mi
chiese di abbandonare queste forme per provare una composizione più legata al
mistero della Trinità e allo stesso tempo più leggera.
La
Trinità in effetti presiede ogni Messa: il Figlio rinnova ogni volta il proprio
sacrificio, offrendolo al Padre, assistito dallo Spirito Santo. Ho pensato di
simboleggiare la Trinità nella base dell’altare, disegnando un piedistallo di
marmo rosso custonaci la cui sezione
ha la forma di un triangolo equilatero. Il rosso, almeno nelle icone, è segno
della divinità.
Uno dei tre
vertici è diretto verso la navata. Sui tre lati sono ricavate tre nicchie
semicircolari. Nel lato rivolto verso il tabernacolo è stata collocata una teca
d’argento con una reliquia del Beato Giacomo Cusmano.
La mensa
è più immediatamente cristologica. Essa è stata realizzata con una lastra di
marmo bianco carrara [91].
Sulla
superficie piana superiore sono state incise cinque piccole croci, che servono
per la dedicazione dell’altare.
La
superficie inferiore ha una sagoma convessa, dalla quale emergono dodici
costole a sezione semicircolare. Dato che la mensa rappresenta Gesù Cristo, la
cui natura umana è altare del suo sacrificio, ho pensato di sottolineare in
essa la dottrina del Corpo Mistico [92].
Secondo
tale dottrina esiste un’unione spirituale indistruttibile tra il Capo (Gesù) e
le membra di questo Corpo, che è la Chiesa, in cui i componenti della gerarchia
ricevono il mandato di succedere agli Apostoli.
Le dodici
costole di marmo raffigurano i dodici Apostoli, perché la Chiesa, come nuova
Eva, è stata tratta sul Calvario dalle costole del Redentore, il nuovo Adamo.
La
tovaglia d’altare dovrà evocare una sindone sepolcrale, cioè avere la forma di
un lenzuolo che penda dai lati e non di una tovaglia da mensa. In questo modo
non sarà nascosto il volume sagomato della parte inferiore.
La
Risurrezione del Signore aveva nella liturgia medievale una icona spaziale che,
in maniera del tutto singolare, ne celebrava il mistero: l’ambone.
Forse
l’elemento venne così chiamato da anabaino
(perché ci si saliva) o da ambio
(perché cingeva chi ci entrava) oppure da ambo
(perché aveva la scala da due lati).
Gli
amboni tradizionali erano spesso collocati a est, da dove sorge il sole
(simbolismo dell’oriente), oppure a sud, lato che in assemblea veniva occupato
dalle donne, prime testimoni del Sepolcro vuoto e della Risurrezione.
Erano
luoghi alti, a cui si accedeva tramite vere e proprie scale.
L’ambone rappresentava la tomba vuota.
Come
narrano i Vangeli, Gesù morì povero come era nato. Non aveva neppure un luogo
dove trovare sepoltura. Fu sepolto quindi nel sepolcro nuovo di un uomo
ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui
discepolo di Gesù. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora
Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo
avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era
fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del
sepolcro, se ne andò [93].
I Giudei
ricchi erano soliti costruire le proprie tombe su terreni di loro proprietà. In
maggioranza queste tombe venivano scavate nella roccia, a forma di caverna.
Comprendevano un piccolo vestibolo e la tomba propriamente detta. All’estremità
del vestibolo, che normalmente misurava pochi metri, una porta molto bassa dava
accesso alla camera sepolcrale. Inoltre l’ingresso, a livello del suolo, veniva
chiuso con una grande pietra girevole denominata gobel, collocata su una scanalatura lungo la quale si faceva
muovere.
L’ambone,
come si è detto, non rappresentava la tomba in sé stessa, bensì la tomba vuota,
cioè il segno della Risurrezione. Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di
Giacomo e Salome [...] vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra
loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?» Ma, guardando,
videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande [94].
Entrate nel sepolcro, l’angelo diede loro l’annunzio della Risurrezione e le
invitò a portarlo ai discepoli del Signore.
L’ambone
era segno di questo evento soprattutto nella veglia pasquale, quando il diacono
(che faceva le veci dell’angelo) vi accedeva per annunziare la Risurrezione.
L’ambone rappresentava pure il giardino della tomba
vuota e il giardino paradisiaco.
Come
racconta l’evangelista Giovanni, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un
giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora
deposto. Là dunque deposero Gesù [95].
Questo
giardino, secondo un modo consueto di significare proprio del vangelo di S.
Giovanni, è anche giardino dell’Eden. Se l’ambone riproduceva la tomba vuota,
riproduceva anche il giardino nel quale essa si trovava, e lo intendeva come
giardino edenico, paradisiaco, giardino della vita eterna ritrovata in Cristo,
nuovo Adamo.
Questo
simbolismo lo si realizzava iconograficamente, istoriando l’ambone con fiori
frutti, piante, uccelli; delimitando uno spazio nel luogo di culto dove
collocare lo stesso ambone.
Nell’ambone
il leggio per l’evangelario si conformava ad aquila, ed era detto
aquila-leggio: essa era il segno di S. Giovanni, principe degli evangelisti, unico evangelista testimone diretto del
sepolcro vuoto, evangelizzatore per antonomasia del Verbo e della Luce.
Accanto
all’ambone stava sempre il candelabro. Come la veglia pasquale era la festa nel tempo e nel ciclo dell’anno
liturgico, così il candelabro era la festa
dell’ambone nello spazio di culto. Posto accanto ad esso, era come un fiore all’ambone.
Era certamente
un segno che celebrava Cristo e le sue opere e faceva un tutt’uno col cero
pasquale che sosteneva.
Ambone e
candelabro pasquale hanno conosciuto secoli di abbandono, soprattutto dopo il
Concilio di Trento. Ai nostri giorni la Riforma liturgica tende a riproporli,
anche se non c’è ancora pieno accordo sulla forma da dare a questi elementi.
Alcuni
vorrebbero rielaborare i tipi medievali, adattandoli alla liturgia odierna e
alla sensibilità artistica contemporanea. Altri vorrebbero dare risalto a una
tribuna elevata e solenne, ma non carica del significato simbolico originario.
Nel
progettare ambone e candelabro della cappella del Sacro Cuore ho scelto la
prima ipotesi, che mi sembra interessante proprio per il valore che attribuisco
ai simboli.
Ho
cercato di esaltare il significato del sepolcro vuoto disegnando due cilindri
di marmo che si innestano l’uno nell’altro.
Quello
verticale, composto da masselli sovrapposti di marmo cremo valencia e verde guatemala,
rappresenta la parete di roccia del giardino del sepolcro. Esso è tronco sul
retro, dove trova posto il ripiano inclinato di legno per l’evangelario. Al di
sotto di questo sono posti due ripiani orizzontali di legno per conservarvi
messale e lezionari.
Il
cilindro frontale, di marmo bianco
carrara, raffigura l’ingresso aperto del sepolcro. Attraverso l’apertura si
vedono i masselli sovrapposti del cilindro verticale, per creare un gioco di
luci, ombre e colori.
Alla base
del cilindro frontale è posta una guida di marmo verde guatemala che ricordi la scanalatura lungo la quale si faceva
muovere il gobel.
Alla
sommità del cilindro bianco mi sarebbe piaciuto porre un’aquila marmorea, con
il capo chinato a guardare all’interno del sepolcro. In altri termini, invece
dell’aquila-leggio tradizionale, proponevo un’aquila-testimone, simbolo di
Giovanni, il primo apostolo che arrivò alla tomba vuota il mattino della
Risurrezione. Ma Vincenzo Ventimiglia, lo scultore di cui si dirà più avanti,
mi ha fatto notare che questo ambone è una scultura in sé stesso e che
l’aggiunta di elementi figurativi lo avrebbe rovinato. Peraltro i costi
dell’aquila sarebbero stati eccessivi.
L’ambone
è ruotato di 45° rispetto all’altare, sia per guadagnare spazio tra i due
elementi, sia per rivolgere l’ambone esattamente ad est.
Il vano
interno dell’ambone doveva essere sistemato con un leggio di legno, sul quale
aprire l’evangelario, e due ripiani inferiori in cui conservare lezionari e
messale. Questa parte è stata malamente realizzata dal falegname di cui si
parlerà tra poco, il quale ha pure chiuso i ripiani inferiori con due sportelli
commissionatigli dalla superiora senza consultare il progettista. È un vero
peccato che l’opera così accuratamente eseguita dal marmista sia stata deturpata
con finiture incongruenti. Per fortuna il danno è visibile solo dalla parte
interna.
La pietra
girevole, il gobel, è rappresentata
da una grande macina di marmo bianco
carrara, con lo stesso raggio dell’apertura del sepolcro.
è stata posta a sinistra dell’ambone. Nella parte
centrale è stato innestato un cilindro verticale, a masselli sovrapposti di
marmo cremo valencia e verde guatemala, che è il candelabro
pasquale vero e proprio.
In cima è
stato posto un bicchiere d’argento per accogliere il cero. A metà del gobel partono due alette d’argento dal
fusto cilindrico fino ai bordi della pietra. Con questa composizione si è
cercato di evocare l’angelo, seduto sulla pietra, che dette l’annunzio alle
donne.
Un
criterio che ha guidato la progettazione di questo elemento è stato il
desiderio di distinguerlo bene dall’ambone. A quest’ultimo deve avere accesso
soltanto il sacerdote.
Uno dei
grandi portati del Concilio Vaticano II e della conseguente Riforma liturgica è
stato quello di far partecipare attivamente i laici alla liturgia, la
cosiddetta partecipatio actuosa.
Bisogna
fare attenzione però a non travisare le intenzioni del Concilio clericalizzando i laici. Occorre mantenere
chiara la distinzione tra sacerdozio ministeriale, proprio di coloro che
ricevono il sacramento dell’Ordine, e sacerdozio comune dei fedeli.
L’unico
ministro dell’Eucaristia è il sacerdote, che peraltro nella Messa non
“rappresenta” Cristo, bensì agisce in
nome e nella persona di Cristo Capo [96].
I ministri straordinari dell’Eucaristia e i diaconi permanenti sono nati in un
momento storico caratterizzato da una notevole penuria di sacerdoti. Non
sarebbe male che rimanessero figure stra-ordinarie [97].
Non si
tratta di definire la missione dei fedeli laici per negazione, escludendoli dai
compiti specifici dei chierici ordinati. Il ruolo dei laici nel mondo è ben più
ampio e insostituibile. Essi debbono trarre forza dall’Eucaristia per
trasformare in una Messa continua tutte le realtà ordinarie (lavoro, famiglia,
ricerca del bene comune, divertimento,... ) [98].
Il leggio
progettato è quindi riservato alle letture e al salmo, tutte le volte in cui
sono lette dalle religiose e dai fedeli laici. Esso è rivolto verso l’ambone,
come per trarne luce e forza. Inoltre da qui si possono dirigere la preghiera
dei fedeli e i canti.
Il leggio
avrebbe dovuto essere di legno. La forma adottata in questo caso voleva evocare
il tronco dell’albero della vita, che
in un certo senso è tornato a germogliare nel giardino del sepolcro dopo la
Risurrezione. Esso era come scortecciato
per mostrare i sette canali lungo i quali risale la linfa.
Avrebbe
dovuto essere un semicilindro cavo in legno di ciliegio, troncato alla sommità da un fascione inclinato di noce manzonia, che avrebbe fatto da
ripiano per le letture. Il fascione aveva una sagoma di cuscinetto in aggetto
rispetto alla superficie esterna del semicilindro.
Parallelamente
a questo erano disposte altre quattro fasce identiche, di cui una alla base del
leggio. Le fasce erano alternate: una era sagomata secondo la cavità del
semicilindro, la successiva continua all’interno, fornendo un piano di appoggio
per libri e foglietti.
Sulla
superficie esterna del cilindro di ciliegio
si sarebbero dovuti intarsiare sette listelli paralleli di noce manzonia, inclinati nella direzione opposta a quella delle
fasce. I listelli rappresentano i canali della linfa.
Il
progetto non è stato più realizzato, perché il falegname non si è dimostrato
all’altezza dell’opera. Inoltre la superiora ha preferito utilizzare un brutto
leggio di marmo che aveva comprato tempo addietro.
Il
riferimento che mi è parso più opportuno per questo elemento è stato quello dei
mantelli gettati dagli apostoli sulla groppa dell’asinello che Gesù cavalcò nel
suo ingresso trionfale a Gerusalemme [99].
In realtà
desideravo disegnare come base un vero e proprio asinello di legno, ma al
committente la soluzione è apparsa troppo audace.
Allora ho
disegnato una specie di sella con
schienale e braccioli. L’insieme sarebbe stato realizzato in ciliegio. Una fascia centrale, scavata
sia sul fronte sia sui fianchi, sarebbe stata realizzata in noce manzonia, per dare l’effetto del
tessuto di una tunica.
Alla fine
la sede è stata costruita utilizzando un solo materiale (legno di noce, verniciato color miele).
Ma quel
che è peggio è che il falegname, su precisa richiesta della superiora, ha
interpretato liberamente i disegni di progetto. Il risultato è un ibrido
incomprensibile e dalle linee sgradevoli.
La parola
tabernacolo, dal punto di vista etimologico, vuol dire tenda. Ricorda quella in
cui Mosè sistemò l’arca dell’alleanza con le Tavole della Legge durante il
peregrinare dal Monte Sinai alla Palestina.
Per i
cattolici il tabernacolo è la custodia delle specie eucaristiche, conservate
per la comunione dei moribondi (o dei malati) e per l’adorazione eucaristica.
Il
tabernacolo progettato è un po’ rivoluzionario, perché non ha la forma di una
piccola tenda né di un tempietto, come ci ha abituato la tradizione
post-tridentina. Intende simboleggiare (dal punto di vista della fede lo è
realmente) una sorgente di acqua viva.
Si pensi
al noto dialogo svoltosi tra il Signore e la samaritana presso il pozzo di
Sicar: Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti
dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe
dato acqua viva». [...] «Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché
non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» [100].
Sono
innumerevoli i passi della Sacra Scrittura, sia nell’Antico sia nel Nuovo
Testamento, in cui si parla dell’acqua vivificatrice.
Ma qui
interessano soprattutto i significati attribuiti a questo elemento dal Messia
stesso. Uno dei brani più suggestivi da questo punto di vista è riportato nel
Vangelo di Giovanni e ricorda le affermazioni di Gesù durante la festa delle
Capanne (o dei Tabernacoli).
La
denominazione di questa festa rievoca il tempo trascorso dagli Ebrei nel
deserto, allorquando abitarono in tende di campagna. Durante gli otto giorni
della festa, il sommo sacerdote andava ogni mattino alla fonte di Siloe e
attingeva acqua in una coppa d’oro. Successivamente si recava al tempio e qui
aspergeva l’altare, ricordando così l’acqua che era prodigiosamente zampillata
nel deserto e invocando da Dio abbondanti piogge. Nel corso della cerimonia si
cantava un passo del profeta Isaia [101],
che annunziava l’avvento del Salvatore e, con lui, l’effusione dei doni
celesti. Veniva anche letto un brano del profeta Ezechiele [102],
nel quale si parla dei torrenti d’acqua che sarebbero sgorgati dal tempio.
Nell’ultimo
giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta
voce: «Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura,
fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Questo egli disse riferendosi
allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui; infatti non c’era ancora
lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato [103].
Questo
invito evoca altresì la Sapienza divina, che dice: «Avvicinatevi a me, voi che mi
desiderate, e saziatevi» [104].
D’altra parte, quando Gesù parla dei fiumi
di acqua viva che sgorgheranno dal suo seno, egli si riferisce
probabilmente alla profezia di Ezechiele [105],
dove è annunziato che nei tempi messianici gli appartenenti al popolo d’Israele
saranno resi mondi con acqua pura, riceveranno uno spirito nuovo e il loro
cuore di pietra si muterà in un cuore di carne. Gesù infatti, una volta
glorificato come si addice alla sua condizione di Figlio di Dio, invierà il
giorno di Pentecoste lo Spirito Santo, che trasformerà interiormente tutti
coloro che credono nel Salvatore.
Tutto ciò
è in qualche modo reso visibile nella morte in croce di Gesù: Venuti però
da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei
soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua [106].
Se nel tabernacolo si riesce a simboleggiare questo aspetto, si crea un solido
legame con l’altare e la celebrazione eucaristica.
Ho
pensato di scavare una nicchia profonda alla base della statua del Sacro Cuore,
non soltanto per incassarvi il tabernacolo, ma anche per lasciare una sorta di fenditura nella roccia al di sopra di
esso che simboleggia al tempo stesso la ferita inferta dalla lancia nel costato
di Cristo e una sorgente d’acqua.
La cavità
ha una volta interna intonacata e dipinta di azzurro. La cornice esterna ha una
sagoma a riseghe di sezione triangolare.
Lo scorrere
dell’acqua è raffigurato dal tabernacolo stesso, costituito da una struttura
portante di legno rivestita interamente d’argento [107].
Sulla
copertura, a sei falde accostate e inclinate di 60°, è stato inciso un motivo a
onde molto fitte. Sul colmo delle due falde centrali è stato innestato un globo
sormontato da una croce piuttosto corposa, con un rubino incastonato.
Il fronte
del tabernacolo è una specie di cascata.
Questo motivo è stato reso con una composizione geometrica di matrice formale
arabo-normanna. Il modello di riferimento è una parte suggestiva della sala della fontana nel Castello della
Zisa a Palermo, cioè la parete scalettata a zig-zag
della nicchia da cui scendeva l’acqua.
Il codice
linguistico e compositivo è dato dal rapporto tre-due: il tre costituisce un
riferimento al mistero della Trinità,
il due a quello dell’Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione del Figlio di Dio.
Sulla
porticina del tabernacolo, che occupa quasi interamente il fronte, sono
disegnate sei serie di zig-zag,
alternando una d’argento a un’altra d’argento dorato.
Su ognuna
delle serie d’argento dorato sono applicati tre naselli sagomati a scaletta, simili a piccole stalattiti in
aggetto. Sui gradini superiori è stato passato uno smalto azzurro vetrificato.
L’insieme
costituisce pertanto un gioco di volumi e di cromie che viene esaltato dalla
luce. Il tabernacolo è un magnete
irresistibile per lo sguardo e l’attenzione dei fedeli.
L’interno
ha le pareti laterali in argento dorato. La parete di fondo ha l’identica
composizione tridimensionale del fronte esterno. L’interno della porticina ha
la stessa composizione, però resa sulla superficie piana.
Alla base
del tabernacolo è stato posto un piedistallo che non ha la forma di altare. Qui
infatti non verrà mai celebrata la Messa.
Il
piedistallo è costituito da un blocco di marmo rosso custonaci, con la sezione a forma di triangolo equilatero. Le
due facce esterne sono scanalate.
Sul
piedistallo è stata collocata una mensola di marmo cremo valencia. Altre due mensole, con la stessa sagoma ma più
piccole, sono state montate ai lati del tabernacolo per sistemarvi composizioni
floreali.
A fianco
del tabernacolo è stata appesa una lampada
del Santissimo in argento. Si tratta di una sfera attraversata all’equatore
da una piastra trilobata, sospesa attraverso tre catenelle fissate a un
braccio, anch’esso d’argento. La sfera fa da supporto al cero che si accende
quando nel tabernacolo sono presenti le ostie consacrate. Se nel tabernacolo
sono evocate l’acqua e l’aria, qui si intendono evocare la terra e il fuoco. I
quattro elementi sono un ulteriore rimando alla materia redenta.
Nel
tabernacolo di S. Giuseppe Jato volevo annullare la componente architettonica
di questo oggetto di arredo liturgico, fino a renderlo il più possibile
evocativo dell’immagine di una sorgente. Mi sembra che il tentativo sia stato
coronato da successo.
Forse non
sarebbe stato possibile raggiungere tale risultato senza un’esperienza fatta in
precedenza. Mi riferisco alla nuova cappella del SS. Sacramento, che avevo
progettato per la chiesa di Maria SS. delle Grazie a Isola delle Femmine, un
piccolo centro abitato a circa 15 km da Palermo. La cappella venne inaugurata
il 30 novembre 1996.
Ho già
detto che, etimologicamente, tabernacolo vuol dire tenda. A Isola ho voluto
esprimere il segno della tenda con un ciborio (kib-ur, tenda e fuoco),
simile a quelli che nel Medioevo si ponevano a protezione dell’altare anche per
alludere alla discesa dello Spirito Santo sulle offerte. La tenda è la casa dei
nomadi e il nomadismo è conseguenza di una condizione di irrequietezza. Si
addice quindi in modo eminente all’Amore irrequieto di Gesù stesso, che si
aggira nel mondo alla ricerca della persona amata.
Sull’architrave
del ciborio si trova un invito che anticipa la metafora insistita di questa
cappella, l’acqua. La scritta dice: Sitientes venite ad aquas [108].
Uno dei
riferimenti impiegati per progettare questo tabernacolo è quello contenuto
nell’Apocalisse, perché la peregrinazione (quella dei cristiani e quella del
Figlio di Dio di cui si diceva) finirà nella Gerusalemme celeste lì descritta. E la piazza
della città è di oro puro, come cristallo trasparente. Non vidi alcun tempio in
essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. Mi
mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpida come cristallo, che scaturiva dal
trono di Dio e dell’Agnello [109].
Per
disegnare il tabernacolo ho usato come modello un padiglione arabo-normanno, la
Piccola Cuba [110]. Questo
edificio proteggeva una fontana nel Genoardo [111],
il vasto giardino di caccia dei sovrani normanni e svevi che si stendeva tra
Palermo e Monreale. Si tratta di un gioiello di estrema purezza compositiva,
costituito da un cubo cavo sormontato da una cupola.
Il cubo è
stato ottenuto con masselli di marmo giallo
verona, scavato agli angoli in modo da assimilarlo a una roccia sagomata
dall’acqua. Il cubo è addossato alla parete di fondo della cappella. La cupola
e le tre porte che chiudono le pareti libere sono realizzate in argento.
Sulla
cupola del tabernacolo c’è un lanternino, che fa da base a una piccola croce
con cinque nicchiette. Dal lanternino parte un disegno a zig-zag, dipinto sulla superficie sferica per simboleggiare l’acqua
che scorre lungo la cupola.
Le tre
porte (solo quella frontale si può aprire) sono coronate da tre gradini
d’argento, tormentati da un disegno che compone tre triangoli come se l’acqua
li avesse solcati. Sulla faccia dei gradini un lavoro di cesello mostra un
movimento di onde fra le quali si affacciano alcuni pesci (il pesce è un
simbolo cristologico, ma qui il rimando più forte è alla pesca miracolosa
avvenuta dopo la Risurrezione di Gesù [112]).
Sulla
superficie d’argento delle porte l’ideale scorrere dell’acqua disegna una rete
di canali che si conclude in tre vaschette alla base del tabernacolo. La rete è
simile al tracciato delle canalizzazioni d’acqua nelle oasi del Sahara. Il
tracciato a pettine simboleggia la fecondità. Infatti esso è riportato come
augurio nel tappeto nuziale delle popolazioni delle oasi e ha la stessa forma
del geroglifico egizio “mes”, che significa nascere [113].
Nei sei
settori formati dal disegno sono alloggiate altrettante borchie con una stella
a sei punte messianica. Una di queste nasconde il buco della serratura. Il
motivo della stella è desunto da uno degli elementi musivi del XII secolo che
decorano la pavimentazione del presbiterio nel duomo di S. Agata dei Goti, in
provincia di Benevento.
Lo stesso
disegno stilizzato è impiegato sulla faccia interna della porta e sulla parete
di fondo, con misure molto maggiori. All’interno dei settori formati
dall’intreccio delle cornici che compongono la stella sono state sistemate
diverse pietre preziose, di vario colore. Al centro della stella della porta è
stato montato un brillante di grande valore che proviene da un anello, regalato
appositamente da uno dei fedeli per il tabernacolo. Il brillante è stato
montato con la sua incastonatura originale, in considerazione del suo pregio
artigianale.
Sempre
all’interno, nei pennacchi della cupola, sono stati cesellati alcuni tralci di
vite. Questa decorazione si ispira all’arco
vitineo dell’archivolto, databile intorno al 760, che si trova nel Tempietto
Longobardo di Cividale del Friuli, in provincia di Udine.
Questo
elemento è stato realizzato ex novo come previsto all’inizio.
Per
quanto mi riguarda, avrei preferito affidare a Vincenzo Ventimiglia il compito
di scolpire un crocifisso di valore artistico oltre che devozionale.
Ventimiglia
è un giovane ma promettente artista di Cinisi che ormai si è trasferito
stabilmente a Prato. Di recente ha vinto la cattedra di Scultura all’Accademia
di Belle Arti di Firenze. è molto
capace sia nel campo della scultura che in quello degli affreschi, di cui ha
ricuperato le tecniche tradizionali. Mi sono già avvalso della sua
collaborazione per la realizzazione degli affreschi del presbiterio della
chiesa di Maria SS. delle Grazie a Isola delle Femmine.
Ma lo
scultore ha presentato tre differenti bozzetti in creta eccessivamente moderni
per i gusti della superiora.
Ci siamo
allora rivolti a Vincenzo Mussner, uno scultore di Ortisei piuttosto famoso per
le sue opere di arte sacra in legno. Sin dall’inizio ero perplesso sulla
qualità del realismo eccessivo di questo artista. In effetti il crocifisso che
ha scolpito è un’opera devozionale, priva di quel qualcosa di più che avrebbe
saputo produrre un vero artista.
I vani
laterali sono stati regolarizzati e assorbiti nella composizione generale della
cappella ritagliandoli nelle pareti laterali tra le lesene dell’arco trionfale
e quelle mediane del presbiterio.
La sagoma
della cornice è una serie di tre riseghe ricavate in una mazzetta nuova,
addossata alla parete interna. Altre tre riseghe sono state ricavate
nell’intero spessore del vano, dalla parte esterna. In questo modo si crea un
gioco prospettico che esalta la profondità dei vani.
La
cornice è molto semplificata, perché non mi sembra possibile coniugare
modanature di foggia classica con la partitura interna delle lesene. Queste
potrebbero svolgere il ruolo di ordine
gigante rispetto all’ordine classico da utilizzare per i vani laterali solo
se l’architettura dell’insieme giustificasse l’attuale posizione dei vani
stessi.
In
precedenza i due infissi, sia la finestra sia la porta, erano collocati al filo
della parete esterna. Adesso sono stati posizionati al filo della parete
interna.
La
finestra precedente, in alluminio preverniciato, è stata sostituita da una in
massello di legno, laccato bianco. In ognuna delle due ante sono stati
realizzati sei scomparti circolari.
Questi
sono serviti da alloggio a dodici formelle, realizzate fondendo in unico pezzo
polvere di vetro di vario colore, che raffigurano i dodici Apostoli. La
finestra prende luce da oriente. Si presta bene quindi a raffigurare il nuovo
Israele, la Chiesa, nata dal sacrificio del Redentore.
La
composizione d’insieme delle formelle, che comprende anche alcuni pezzi
triangolari incuneati tra quelli circolari in modo da formare un pannello quasi
unitario, ritrae una Pentecoste stilizzata. Si riconoscono: una colomba; un
ampio cerchio di luce circondato da dodici stelle a forma di rosa; le fiammelle
che scendono dall’alto; l’immagine della Madonna.
Nelle
dodici formelle sono stilizzati con tratti morbidi di pennello, di colore
scuro, i volti degli Apostoli, che sono tratti da una Pentecoste di Andrej Rublëv (regione
di Mosca 1360 ca - Mosca 1430). Accanto ad ogni volto è scritto il nome
rispettivo, inciso a sabbiatura all’interno delle lingue di fuoco in modo da
risultare trasparente.
Ogni
coppia di formelle, dall’alto verso il basso, rappresenta una coppia di
Apostoli secondo l’elencazione che ne fa il vangelo di Matteo: primo,
Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni,
suo fratello, Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di
Alfeo e Taddeo; Simone il Cananèo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì [114].
Giuda è stato sostituito da Mattia, che venne scelto al posto del traditore
dopo l’Ascensione del Signore [115].
La porta
che immette nel corridoio esterno ha le stesse misure della finestra. è stata pertanto realizzata con lo
stesso materiale e lo stesso disegno.
Solo che
qui, dato che la porta è orientata a occidente, verso il tramonto, le vetrate
rappresentano le dodici tribù di Israele, il Popolo Eletto che, dopo avere
preparato la venuta del Messia, si apre all’intera umanità redenta. Il volume
monumentale dell’ambone nasconde in parte allo sguardo dei fedeli la porta.
Anche qui
bisogna distinguere tra la composizione d’insieme, che fa da fondale, e le
singole formelle. Il fondo rappresenta il cammino nel deserto verso la Terra
Promessa, tra due ali d’acqua che ricordano l’apertura del Mar Rosso. Si
riconosce anche il Monte Sinai con il roveto ardente. Su tutto splende un
arcobaleno.
Nelle
dodici formelle sono raffigurati i simboli dei dodici Patriarchi, desunti dalle
espressioni della benedizione di Giacobbe ai figli [116]
e da un’opera di Marc Chagall (Vitebsk
1887 - Saint-Paul-de-Vence 1985). Sono disegnati con tratti morbidi di
pennello, incisi a sabbiatura perché risaltino in trasparenza dato che la base
è molto scura.
I nomi
delle tribù, incisi accanto ai segni distintivi, sono: Giuda, Ruben, Gad, Aser,
Nèftali, Manàsse, Simeone, Levi, Issacar, Zàbulon, Giuseppe e Beniamino. Si
noterà che manca Dan, perché l’elenco è tratto dall’Apocalisse [117].
In questo luogo l’autore ispirato cancella il nome di questa tribù, perché si volse
all’idolatria e finì presto con lo scomparire assorbita dai popoli
circonvicini. Per integrare il numero di dodici si sdoppia la tribù di
Giuseppe, traendone quella di Manàsse, suo primogenito.
I simboli
scelti per le tribù sono: il leone per Giuda; i rapaci per Ruben; la vipera,
come segno della giustizia fulminea, per Gad; il candelabro a sette braccia (il
menorah) per Aser; una cerva per
Nèftali; un ramo con frutti (che proviene idealmente dalla formella di
Giuseppe, di cui questo Patriarca era figlio) per Manàsse; un toro per Simeone;
le Tavole della Legge per Levi; un asino accovacciato tra un doppio recinto per
Issacar; le navi per Zàbulon; lo shofar
(lo strumento liturgico fatto di corno di montone che suonava per il nuovo anno
o per il gran perdono) per Giuseppe; un lupo per Beniamino
La
finestra della navata è stata riquadrata con lo stesso tipo di cornice della
finestra del presbiterio. In questo caso è stata sistemata anche la finestrella
circolare superiore, ricavata all’interno di una lunetta della volta a botte.
La finestra ha una vetrata piombata che rappresenta il beato Giacomo Cusmano al
centro di una folla di personaggi evocativi della sua storia, fra cui si
riconosce la sorella, suor Vincenzina Cusmano. Al di sopra sono dipinti la
Madonna con il Bambino e alcuni angeli.
È
interessante l’operazione effettuata dal pittore, Roberto Alabiso, per
rivolgere il viso del beato verso chi guarda. L’iconografia tradizionale prende
infatti spunto da una foto di padre Giacomo che lo ritrae di tre quarti,
ottenendo una posizione ambigua del volto, né frontale né girata. Nella vetrata
invece la posizione è chiaramente frontale.
Gli
infissi sul presbiterio sono a due ante, quello sulla navata a un’anta sola.
Tutti e tre si aprono verso l’esterno, in modo che sia sempre possibile, anche
quando sono aperti, coglierne il disegno dalla cappella. La vetrata della
lunetta è fissa.
Mentre
dalla più umile alla più sontuosa delle architetture l’uomo trae un senso di
benessere, gli edifici dozzinali - quando chi costruisce non è un vero creatore
[118]-
causano le sue frustrazioni e le sue tristezze di fronte al caos disumano.
Perciò la responsabilità di un architetto è grande, come grande è la sua gioia.
Come portatrice di armonia, l’architettura è lo strumento attraverso cui l’uomo
può essere elevato, consciamente o no, da un mero esistere a una vita degna.
Architetto
viene dal greco arkhaitékton, cioè
capo costruttore. Il suo ruolo è quello di ideare l’opera come un compositore
che sa su quali strumenti potrà contare, in questo caso i materiali e le
specifiche lavorazioni artigianali. Poi, come un direttore d’orchestra, deve
saper coordinare i vari artigiani in modo tale che il risultato finale sia una
sinfonia.
La
redazione del progetto è giunta all’elaborazione della soluzione definitiva il
6 ottobre 1997. Le opere murarie sono state cominciate il 3 marzo 1998 e
completate a metà aprile. Il 25 maggio sono stati montati gli elementi
d’argento. Il 12 luglio mons. Pio Vittorio Vigo, arcivescovo di Monreale [119],
ha dedicato il nuovo altare della cappella.
A questo
punto si può esprimere un giudizio sul risultato finale dell’opera, con
particolare riferimento al lavoro dei singoli artigiani. Questi ultimi si sono
lasciati coinvolgere con entusiasmo e competenza, chi più chi meno, in
un’impresa che ha permesso di rivivere in piccolo lo spirito dei costruttori
delle cattedrali, quando davvero l’architetto era direttore d’orchestra e
l’orchestra era composta da schiere di maestranze di grande valore.
In alcuni
dei miei ultimi progetti mi ero servito del cosiddetto rendering, per simulare al computer l’effetto finale degli oggetti
da realizzare. Personalmente non ne avevo tratto alcuna indicazione
sorprendente rispetto a quanto avevo immaginato nella fase ideativa. Le
simulazioni erano servite più che altro a dare indicazioni precise a quegli
artigiani che non sapevano leggere i disegni. Questa volta non è stato necessario
affrontare questo tipo di elaborazione e questo va detto a tutto merito degli
artigiani, ai quali sono bastati piante, prospetti e sezioni per comprendere e
assecondare i desideri dell’architetto.
Sono
molto contento del prodotto uscito dalle mani di Piero Accardi (l’argentiere).
D’altra parte con lui si era già instaurata una grande intesa in occasione del
progetto per Isola delle Femmine. In quell’occasione egli si era avvalso della
collaborazione di Benito Gelardi per i particolari cesellati.
Altrettanto
soddisfatto mi ha lasciato il lavoro dei due titolari dello Studio Iride, che
si sono occupati delle vetrate con una divisione dei compiti. Calogero Zuppardo
ha disegnato le formelle della porta e della finestra sul presbiterio,
raggiungendo una perfetta simbiosi tra simboli e aspetto formale. Le formelle
sembrano quasi a bassorilievo. Roberto Alabiso ha dipinto la vetrata con il
beato Cusmano, esaltando le note dominanti della sua santità. Mi sembra che
abbiano prodotto entrambi la migliore opera uscita finora dalle loro mani.
Le opere
in marmo, che costituiscono la parte preponderante del progetto, sono state
eseguite con grande cura dagli artigiani della ditta dei fratelli Pietro e
Alessandro Lo Bianco. Questa parte del lavoro mi aveva creato qualche apprensione,
sia perché era la prima volta che affidavo loro un mio progetto (è stata la
superiora a insistere sul loro nome), sia perché gli elementi progettati erano
di difficile esecuzione. Non tutti i particolari sono stati realizzati come da
progetto, perché i marmisti non si erano resi conto in fase di preventivo della
loro complessità e dei costi relativi. Alcuni pezzi sono dei piccoli
capolavori, come la mensa dell’altare, le cui costole inferiori sono state scolpite a mano, e la porta circolare bianca
dell’ambone-sepolcro, anch’essa scolpita interamente a mano.
Anche le
opere in legno erano delicate. Sono state realizzate da un falegname di S.
Giuseppe Jato che non conoscevo, Cesare La Corte, di cui mi era stata garantita
la maestria dalla superiora. In realtà si tratta di un artigiano del legno
molto meticoloso, ma non di un ebanista vero e proprio. La sua inesperienza si
è notata nel risultato finale. A parte difetti vistosi e imperdonabili, come i
battenti degli infissi che non collimano, quasi nulla delle opere in legno è
stato realizzato rispettando i disegni del progetto.
Le
cornici di gesso sono state eseguite dalla ditta Vitale di Palermo. Le opere
murarie sono state curate con scrupolosità certosina da uno dei capimastro
dell’impresa dei Fratelli Greco Costruzioni, mastro Gino Contorno.
Grazie
agli artigiani questo progetto, che spero sia nato davvero fuori dal labirinto com’era nelle mie intenzioni,
ha compiuto quasi indenne la traversata del mare che separa gli elaborati
grafici dalla realtà.
CONCLUSIONE
Noè edificò
un altare a Jahve, prese ogni sorta di animali puri e ogni sorta di volatili
puri e offrì olocausti sull’altare. Jahve ne odorò la soave fragranza e Jahve
disse nel suo cuore: «Io non maledirò più la terra a causa dell’uomo, poiché
l’istinto del cuore umano è malvagio fin dall’adolescenza; e non colpirò più
ogni essere vivente come ho fatto». [...]
E Dio
disse: «Questo è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi e tra ogni
essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Io pongo il mio
arco nelle nubi, ed esso sarà un segno di alleanza fra me e la terra» [120].
Non ci
sarà un nuovo diluvio. Per quante trame sataniche qualcuno possa ordire, non verrà
inflitta una seconda punizione di quel genere, soprattutto dopo che il Figlio
di Dio si è incarnato e ha portato a compimento la Redenzione.
Tuttavia
la nostra cultura è figlia di un’opera pertinace di azzeramento condotta su
vari fronti, che affonda le sue radici, secondo autorevoli pensatori, nel XVI
secolo [121].
L’arte è
termometro del malessere profondo della cultura contemporanea. Essa non può
fare a meno di manifestare le inquietudini generate dal soggettivismo e dal
relativismo imperanti, che si ammantano persino di maschere ineffabilmente
religiose quali il New Age.
Il
Novecento ha collezionato tutto ciò che si è creato all’interno della violenta
reazione contro l’arte reificante dei tempi passati, che cercava di riprodurre
la bellezza ideale al di sopra di qualunque protagonismo del singolo. Sotto la
pressione di mille soggettivismi e linguaggi individualisti, la visione della
realtà si è sbriciolata. Per essere artisti è divenuto necessario essere
originali e l’ambito di tale originalità è stato ricercato nella tensione
spasmodica verso una personale unicità.
In questa
ricerca prima o poi ci si esaurisce, si approda al nulla, alla distruzione di
tutto, e si riduce tutto a una dimensione puramente ludica. In altri casi, pur
riuscendo a elaborare un linguaggio originale, si produce qualcosa di
totalmente incomunicabile. Forse si è davvero creata un’opera d’arte, ma
l’altro non capisce o non è interessato a capire, perché quanto viene espresso
nell’opera è talmente soggettivo che non scalfisce l’interesse altrui,
orientato a sua volta verso altri personalissimi punti di vista.
Ciò
nonostante si colgono segni di rinnovata vitalità, sia nella cultura sia
nell’arte. Si può dire, a dispetto degli uccelli di malaugurio che hanno
volteggiato sulla testa dell’umanità negli ultimi due secoli, che l’arte non è
morta.
Sono
sempre di più quelli che se ne rendono conto. Un giovane architetto mi diceva
che considera un vero e proprio tradimento quello degli artisti che non cercano
la bellezza. Egli però ritiene superfluo ancorare la visione del bello alla
dottrina dell’essere. Purtroppo quelli come lui, che hanno fondamenti
filosofici un po’ confusi, non riescono a cogliere la bellezza come
trascendentale dell’essere e non sanno individuare soluzioni radicali ed efficaci.
So che si
tratta di un gioco più grande di me, ma desidero ugualmente contribuire a
smascherare le incongruenze della cultura contemporanea. Mi piacerebbe dare una
mano affinché l’architettura ritornasse ad essere un’arte al servizio
dell’uomo, cioè capace di produrre manufatti compiutamente belli e adeguati
alle caratteristiche reali dell’essere umano. è
questo l’arcobaleno nuovo, il segno dell’iride, che vorrei che tornasse presto
a brillare sull’operato degli architetti contemporanei.
L’argentiere
che si è occupato di realizzare i tabernacoli per Isola delle Femmine e S.
Giuseppe Jato, dopo aver letto la bozza preliminare di questo studio, mi ha
manifestato la sua perplessità di fronte alla mole della ricerca. Si chiedeva
se lo scopo che mi proponevo era quello di rendere invulnerabili alle critiche
i miei progetti. Gli sembrava inutile sprecare tante energie, dato che
considerava belli e riusciti gli interventi a cui aveva collaborato,
soprattutto mano a mano che erano passati dal mondo delle idee alla realtà
degli oggetti costruiti.
L’intenzione
non era questa, ma le osservazioni dell’artigiano mi hanno fatto riflettere
sulla verità delle affermazioni di un amico filosofo: è destino degli scritti
restare indifesi in balìa dei lettori. Sono messaggi in bottiglia che possono
essere interpretati in modo equivoco, specialmente da chi nutre pregiudizi
malevoli nei confronti di quanto legge (o di chi ha scritto).
Il vero
fine per cui ho scritto L’ornamento
architettonico dopo il diluvio è quello di superare l’alternativa
ideologica che si pone ai giorni nostri tra chi coltiva un’insanabile nostalgia
per la ricchezza decorativa delle architetture classiche e chi è ammaliato
dalla sobrietà asettica della modernità razionalista. Non ci possiamo
rassegnare: dobbiamo ricuperare il realismo della classicità, non le sue forme.
Quella da
me proposta è solo una delle strade percorribili, sicuramente non l’unica e
forse neppure la migliore. Quello che è certo è che bisogna al più presto
venire fuori dal labirinto.
[1] Per architettura accademica intendo quella che, muovendo dalla ricerca teorica sviluppata all’interno delle aule universitarie, cerca di imporre le proprie regole comportamentali attraverso il veicolo fazioso delle riviste tanto ai professionisti quanto agli allievi architetti.
Questo fenomeno è particolarmente diffuso in Italia, dove sembra che nessun settore possa svilupparsi al di fuori delle diatribe ideologiche.
[2] Allora non sapevo che nell’immediato dopoguerra alcuni architetti tedeschi, ispirati dal teologo Romano Guardini, avevano fatto della diocesi di Colonia una fucina di nuove soluzioni formali per lo spazio liturgico. Qualcosa di simile era avvenuto nello stesso periodo a Bologna, sotto l’impulso del card. Giacomo Lercaro.
Queste esperienze anticiparono e influenzarono la riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II.
[3] Sarebbe molto interessante approfondire che cos’è la composizione architettonica, ma non è questa la sede opportuna per farlo. è un vero peccato che questa disciplina non venga insegnata con chiarezza nelle facoltà di architettura italiane. Agli studenti viene raccomandato soltanto di introdurre abbondanti riferimenti alle opere degli architetti che sono stati ammessi nell’Olimpo ufficiale, senza specificare chi e perché ha concesso loro tale riconoscimento.
[4] Fra tutte le conquiste moderne merita una menzione speciale la concezione di architettura come arte che impiega quattro dimensioni.
La pittura classica traspone la visione del reale sul piano: le dimensioni adoperate sono due, quella orizzontale e quella verticale. Nella scultura si lavora con i volumi: entra in gioco la terza dimensione, la profondità. In architettura, che è arte dello spazio, bisogna tenere conto anche del tempo. Gli edifici vengono vissuti infatti in movimento, percorrendoli sia all’interno che nel loro contesto ambientale specifico.
Oggi non è più possibile pensare alla composizione architettonica limitandosi alla facciata: occorre disegnare tutto l’involucro esterno e le cavità interne, immaginandone le dinamiche spazio-temporali.
L’evoluzione della composizione è stata influenzata dal progresso delle tecnologie costruttive. Il cemento armato, le travi reticolari e le tensostrutture hanno consentito soluzioni spaziali inimmaginabili in passato.
[5] è questione di professionalità, per l’architetto, approfondire tutti gli aspetti del tema che gli viene chiesto di sviluppare da un punto di vista progettuale.
Ricordo che nel 1992, quando mi incaricarono della progettazione di uno studio dentistico, fu molto utile approfondire la conoscenza di una disciplina a me ignota, l’ergonomia stomatologica, che si propone di ottenere l’ottimizzazione delle condizioni di lavoro in un ambulatorio odontoiatrico. Perché non si dovrebbe prestare un’attenzione altrettanto approfondita al tema della chiesa?
[6] I manuali di storia generale sono pieni, almeno in Italia, di belle favolette sui reali propositi degli innovatori politici degli ultimi trecento anni, che vengono presentati come laici illuminati che intendevano razionalizzare le forme di governo, rispondere alle aspirazioni moderne dei popoli e superare i retaggi dell’oscurantismo medievale. In realtà si è trattato quasi sempre di figure settarie violentemente anticattoliche. Lo stesso discorso vale nella storia dell’arte e del pensiero, come vedremo nelle pagine che seguono. Non so se è vero che la storia la scrivono i vincitori. Quello che so è che bisogna riscrivere i libri di storia senza manipolazioni ideologiche dei fatti.
[7] Secondo la definizione più classica, la verità è adæquatio intellectus et rei (la conformità della mente, cioè della conoscenza, con la realtà). Cfr. S. Tommaso D’Aquino, De Veritate, quæstio prima, articolo primo.
[8] Mi pare che sia stato Bruno Zevi a sostenere, a ragione, che l’architettura è il mestiere più antico del mondo. È stata questa la prima arte che alcuni uomini dovettero sviluppare in modo specialistico per mettersi al servizio degli altri uomini. Ciò avvenne non appena questi ultimi decisero di abbandonare le caverne per realizzare cavità artificiali che avessero, oltre ad uno scopo funzionale, anche un valore simbolico, legato alla visione del mondo e al tipo di organizzazione della società.
L’architetto Zevi, nato a Roma nel 1918, è noto non solo come il principale sostenitore e interprete dell’architettura e del pensiero di F. Ll. Wright, ma anche come uno degli esperti più competenti di storia e critica dell’architettura.
[9] Il Bauhaus venne chiuso dai nazisti nel 1933. Pare che abbia riaperto i suoi corsi a Dessau nel settembre del 1998. Il nuovo direttore è un certo Rolf Kuhn.
[10] Così era definito Walter Gropius dal pittore Paul Klee, docente al Bauhaus dal 1921 [ndA].
[11] Tom Wolfe, Maledetti architetti, Bompiani, Milano 1982, pp. 10-12. Questo testo è indispensabile per mettere a nudo la mentalità da conventicola di illuminati propria dei fondatori del Movimento Moderno. Bisogna rilevare che la denominazione originale, From Bauhaus to our house (Dal Bauhaus alla nostra casa), giocava ironicamente sulle assonanze. All’edizione italiana è stato dato invece un titolo provocatorio e sarcastico, con l’intenzione evidente di suscitare la curiosità del potenziale lettore.
[12] Lo stesso Gropius era figlio e nipote di architetti che avevano occupato importanti posizioni ufficiali [ndA].
[13] Tom Wolfe, op. cit., pp. 14-15.
Per sapere come l’epiteto borghese venisse impiegato per fare alcune epurazioni all’interno delle stesse avanguardie cfr. pp. 19-20, dove si descrive come l’olandese Theo van Doesburg (Utrecht 1883 - Davos 1931) liquidò l’espressionismo curvilineo di Erich Mendelsohn (Allenstein, odierna Olsztyn, 1887 - San Francisco 1953) nel corso del Primo Congresso internazionale di Arte Progressista, svoltosi a Düsseldorf nel 1922.
A p. 21 si accenna al modo in cui vennero banditi i colori dagli edifici, perché troppo borghesi, per adottare l’uso di bianco, beige, grigio e nero.
[14] Questo processo raggiunse il suo vertice con la crociata delle cattedrali, corrispondente alla fioritura del gotico in tutta l’Europa. Ma le stesse considerazioni si possono fare a proposito dei costruttori dell’arte bizantina, di quella romanica e di quella arabo-normanna.
[15] Alcune interessanti valutazioni della saggezza su cui si fondavano i metodi costruttivi dei popoli dell’antichità si trovano in Pietro Laureano, La piramide rovesciata (Il modello dell’oasi per il pianeta Terra), Bollati-Boringhieri, Torino 1995.
[16] Naturalmente intendo per demonio l’angelo ribelle di cui parla la Rivelazione cristiana e non figure della mitologia pagana.
Per questo, come per gli altri contenuti della dottrina della fede, il testo di riferimento migliore - non per nulla da sei anni è uno dei libri più venduti nel mondo - è il Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992.
[17] Genesi 6, 5 - 9, 13.
[18] «Se non è
certo possibile addebitare al padre del razionalismo moderno l’allontanamento
dal cristianesimo, è difficile non riconoscere che egli creò il clima in cui, nell’epoca
moderna, tale allontanamento poté realizzarsi. Non si attuò subito, ma
gradualmente.
In effetti, circa centocinquant’anni dopo Cartesio,
constatiamo come tutto ciò che era essenzialmente
cristiano nella tradizione del pensiero europeo sia già stato messo fra parentesi. Siamo nel tempo in cui in
Francia è protagonista l’illuminismo, una dottrina con la quale si ha la definitiva affermazione del puro
razionalismo. La Rivoluzione francese, durante il Terrore, ha abbattuto gli
altari dedicati a Cristo, ha buttato i crocifissi nelle strade, e ha invece
introdotto il culto della dea Ragione. In base al quale venivano proclamate la libertà, l’uguaglianza e la
fratellanza. In questo modo il patrimonio spirituale, e in particolare quello
morale, del cristianesimo era strappato dal suo fondamento evangelico, al quale
è necessario riportarlo perché ritrovi la sua piena vitalità».
Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1994, p. 56.
[19] Marco Vitruvio Pollione nacque a Formia verso l’anno 80 a.C. Nel 46 a.C. seguì Cesare nella guerra d’Africa. Lavorò poco come architetto (tempio di Quirino e basilica di Fano). Pensionato da Augusto, si diede agli studi e scrisse in uno stile un po’ oscuro il famoso De architectura, in dieci libri, l’unico trattato completo tramandatoci dall’antichità. Morì a circa 70 anni.
L’opera è un’estesa esposizione della sapienza architettonica del I secolo a.C., che si basa a sua volta su quella già elaborata e divulgata dagli architetti greci. Nel Medioevo erano note e usate diverse copie manoscritte. Nel 1414 Poggio Bracciolini attrasse l’attenzione su una copia, purtroppo priva di figure, che si trovava in un convento di S. Gallo. Il De architectura divenne subito fonte di studio. Considerato indispensabile dai primi architetti del Rinascimento, come Leon Battista Alberti e Francesco Di Giorgio Martini, esso venne utilizzato come guida dai trattatisti del periodo successivo.
[20] Marco Vitruvio Pollione, De architectura libri decem, libro primo, II, 5.
Nella traduzione curata da Luciano Migotto per le Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1990, il brano si trova alle pp. 23 e 25.
Mi sono permesso di sostituire al termine stile usato nella traduzione citata quello di ordine (dorico, ionico, corinzio). Nel testo latino originale Vitruvio non parlava di stile, né poteva farlo, dato che si tratta di un concetto elaborato nel Secolo dei Lumi e comunque non applicabile agli ordini classici.
[21] «Infatti,
malgrado tutta la testimonianza della creazione e dell’economia salvifica ad
essa inerente, lo spirito delle tenebre (cfr. Ef 6, 12; Lc 22, 53) è
capace di mostrare Dio come nemico
della propria creatura e, prima di tutto, come nemico dell’uomo, come fonte di pericolo e di minaccia per l’uomo.
In questo modo viene innestato da Satana nella psicologia dell’uomo il germe
dell’opposizione nei riguardi di colui che “sin dall’inizio” deve essere
considerato come nemico dell’uomo - e non come Padre. L’uomo viene sfidato a
diventare l’avversario di Dio!
[...] nell’epoca moderna [...] le ideologie atee tendono a sradicare la religione in base al presupposto che essa determini una radicale “alienazione” dell’uomo, come se l’uomo venisse espropriato della propria umanità, quando, accettando l’idea di Dio, attribuisce a lui ciò che appartiene all’uomo, ed esclusivamente all’uomo! Di qui un processo di pensiero e di prassi storico-sociologica, in cui il rifiuto di Dio è pervenuto alla dichiarazione della sua “morte”. Un’assurdità, questa, concettuale e verbale! Ma l’ideologia della “morte di Dio” minaccia piuttosto l’uomo, come indica il Vaticano II, quando, sottoponendo ad analisi la questione dell’ “autonomia delle cose temporali”, scrive: “La creatura... senza il Creatore svanisce... Anzi, l’oblio di Dio priva di luce la creatura stessa” (Cost. past. su la Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 39). L’ideologia della “morte di Dio” nei suoi effetti dimostra facilmente di essere, sul piano teoretico e pratico, l’ideologia della “morte dell’uomo” ». Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Dominum et vivificantem sullo Spirito Santo nella vita della Chiesa e del mondo, Roma 18 maggio 1986, n. 38.
[22] Cfr. Emil Kaufmann, Tre architetti rivoluzionari: Boullée, Ledoux, Lequeu, Franco Angeli editore, Milano 1977.
Étienne-Louis Boullée (Parigi 1728-1799) fu figura eminente dell’architettura parlante neoclassica, più per l’influenza della sua attività didattica che per i suoi progetti megalomani, caratterizzati da elementarità geometrica, che non vennero mai realizzati. Scrisse un trattato in cui sostenne un’architettura sentita oltre che ragionata, accentuando l’importanza del carattere, della grandiosità e dell’effetto magico.
Claude-Nicholas Ledoux (Dormans-sur-Marne 1736 - Parigi 1806) cominciò a operare come architetto alla moda di Luigi XVI, terminò come esponente, il più ardito e avanzato, dell’architettura parlante neoclassica. Benché eccentrico e litigioso, raggiunse immediatamente e mantenne il successo, né gli mancarono mai gli incarichi. Non riuscì a realizzare soltanto gli edifici più estremisti per la sua città ideale di Chaux: una sfera isolata, un cilindro orizzontale, ecc. La sua carriera terminò con la Rivoluzione (venne imprigionato). Passò gli ultimi anni approntando i suoi progetti per la pubblicazione.
Jean-Jacques Lequeu (Rouen 1757-1825) fu dotato di capacità fantastica che sfiorava il nevrotico. Operò prevalentemente come disegnatore di architettura fino alla Rivoluzione, poi come cartografo. La sua fama è affidata ai disegni di progetti, rimasti sulla carta, nei quali ruppe tutte le convenzioni della simmetria, della purezza stilistica, della proporzione e del gusto.
[23] Cfr. Luciano Patetta, L’architettura dell’Eclettismo (Fonti, teorie, modelli, 1750-1900), Gabriele Mazzotta editore, Milano 1975, p. 37.
[24] «Rileggendo le
dichiarazioni di poetica degli architetti eclettici, si direbbe che essi
abbiano avuto l’impressione di salpare con
un cadavere nella stiva, la cattiva coscienza di chi sta per esaurire le ultime
scorte di una provvista senza sapere dove attingere nuove forze».
Paolo Portoghesi, La «maniera» eclettica, brano ripreso in Luciano Patetta, op. cit., p. 390.
[25] La massoneria è l’associazione dei cosiddetti liberi muratori, sorta nel Settecento su basi ideologiche di tipo esoterico e propagatasi con i sistemi delle sette segrete. La massoneria ha fatto suoi i principi dell’Illuminismo e ha combattuto con tutti i mezzi (dalla propaganda alle cospirazioni e alla persecuzione legale) la Chiesa cattolica, considerata nemica della ragione, del progresso e della libertà di coscienza.
[26] Detto per inciso, questo è uno dei temi prediletti dallo svizzero ticinese Mario Botta (nato a Mendrisio nel 1943), uno degli architetti contemporanei più in voga nonostante la sua insistenza ripetitiva e monotona sulle forme elementari geometriche. Massone anche lui? Chissà.
Dato che egli si dichiara non credente, non si capisce come la sua fama possa giustificare, da sola, il fatto che tanti ecclesiastici gli abbiano affidato la progettazione di edifici per il culto. Resta il fatto che il lucernaio, da cui piove la luce zenitale, è uno degli elementi più caratteristici della cattedrale di Evry e delle altre chiese cattoliche da lui realizzate.
Il dubbio che egli voglia introdurre furtivamente simboli massonici in un luogo cristiano è ancora più forte nella chiesa del Beato Odorico, a Pordenone, per la quale ha disegnato un tabernacolo a forma di triangolo posto in cima a una piramide: si tratta di un riferimento svogliato alla SS. Trinità o, subdolamente, di uno di quegli atti blasfemi cari ai massoni e necessari per acquistare il grado di Maestro? [ndA]
[27] Rino Cammilleri, I mostri della ragione, Edizioni Ares, Milano 1993, pp. 135-140.
[28] Che non era arte in senso classico, perché veniva messo al bando il concetto di bellezza.
Le avanguardie innescarono il processo che avrebbe portato a considerare l’arte una forma di comunicazione e non una capacità di creare una bellezza artificiale, simile e diversa al tempo stesso rispetto alla bellezza naturale.
Gli artisti contemporanei sono geni incomprensibili più che incompresi, in quanto volano ad altezze vertiginose persino per l’albatro di Baudelaire. Essi non accettano di svolgere un compito di servizio nei confronti della vita dell’uomo: la loro è arte per l’arte.
[29] Edoardo Persico (Napoli 1900 - Milano 1936), critico d’arte, redattore nel 1930 e condirettore nel 1933 della rivista di architettura Casabella, contribuì all’affermazione dell’architettura razionale in Italia.
[30] Leonardo Benevolo, Storia dell’architettura moderna, Editori Laterza, Bari 198110, p. 339.
[31] Giuseppe Ungaretti visse nel medesimo periodo di Mies van der Rohe, essendo nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888 e morto a Milano nel 1970.
[32] Leonardo Benevolo, op. cit., p. 881.
[33] Con il termine gnosi sono designate, in modo particolare, le correnti filosofico-religiose che legano la salvezza a una particolare conoscenza di misteri, accessibile a pochi eletti. Questa tendenza ha provocato nel cristianesimo dei primi secoli varie eresie.
[34] Emanuele Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi, Edizioni Ares, Milano 1979, pp. 7-8.
[35] Emanuele Samek Lodovici, op. cit., pp. 8-10. L’opera è dedicata alle forme di gnosi che si sono ripresentate, sotto mentite spoglie, in epoca moderna: la filosofia di Hegel, il marxismo, il femminismo, la cristologia di Karl Rahner e quella di Hans Küng, il soggettivismo radicaleggiante, per elencarne alcune soltanto. Esse costituiscono la sfida più insidiosa e violenta dei nostri giorni alla fede cristiana.
[36] Tom Wolfe, op. cit., p. 17.
Questa impostazione è un po’ sospetta, perché l’idea stessa di ricerca (e di scoperta da trasmettere in un manifesto) è offensiva per gli artisti autentici. Picasso diceva addirittura: Non cerco, trovo. La creatività dell’artista è, per sua natura, in sintonia con la bellezza e con la verità. Per questo ogni ricerca in questo campo, tutto ciò che pomposamente è stato chiamato avanguardia, non sembra nient’altro che menzogna.
[37] Questa definizione del bello verrà spiegata approfonditamente nel par. 2.6.
[38] Marco Vitruvio Pollione, op. cit., libro primo, III, 2. Nella traduzione curata da Luciano Migotto, cit., il brano si trova a p. 29.
[39] Marco Vitruvio Pollione, op. cit., libro primo, II, 4. Cfr., nella traduzione del Migotto, cit., p. 23.
[40] Cfr. John B. Ward-Perkins, Architettura Romana, Electa, Milano 1989, p.85.
[41] Marco Vitruvio Pollione, op. cit., libro terzo, I, 1-9. Cfr., nella traduzione del Migotto, cit., pp. 125, 127 e 129.
[42] In questo caso si tratta di una rappresentazione simbolica legata alle cosmologie dell’antichità. Il cerchio significava il cielo, mentre il quadrato la terra. Anche l’ombelico aveva un suo significato simbolico.
Pindaro, in una delle sue odi, sosteneva che nel tempio di Apollo a Delfi fosse conservata una pietra che segnava il centro del mondo.
I sacerdoti di quel santuario pagano narravano il mito secondo cui Zeus, volendo stabilire quale fosse il centro del mondo, aveva un giorno lasciato andare due aquile dagli estremi confini della terra, una da oriente e l’altra da occidente. Gli uccelli s’erano incontrati a Delfi, nel luogo dove poi sarebbe sorto il santuario.
Chi visita oggi il museo di Delfi può ammirare una copia di età romana della pietra nota col nome di omphalós, che vuol dire ombelico (del mondo). Si tratta di una pietra conica in marmo bianco.
Per Mircea Eliade, lo studioso rumeno di storia delle religioni, l’omphalós di Delfi sarebbe un esempio specifico dell’axis mundi, cioè di un punto centrale nell’immaginario cosmologico, elemento di congiunzione tra cielo, terra e inferi.
Cfr. Sergio Ribichini, L’ombelico del mondo, in Archeo, anno XIII, n. 9 (151), settembre 1997.
[43] Nel 1899 Ernst Ludwig, granduca di Hessen, aveva chiamato Joseph Maria Olbrich (Troppau 1869 - Düsseldorf 1908) e Peter Behrens (Amburgo 1868 - Berlino 1940) per costruire la Künstler-Kolonie su una collina presso la città di Darmstadt (la Matildenhöhe). Il complesso comprendeva un insieme di residenze e di ambienti d’esposizione per gli artisti (oltre ai due architetti c’erano il pittore H. Christiansen, il disegnatore P. Burck, lo scultore L. Habich, il decoratore P. Huber, il gioielliere R. Bosselt), protetti dal mecenatismo del sovrano. Olbrich progettò gli edifici, le sistemazioni a terra, l’arredamento, il giardinaggio, gli addobbi per le esposizioni, la pubblicità e persino le stoviglie e le divise dei camerieri del ristorante.
[44] Ancora una volta ci si rende conto di quanto sia ingenuo dare credito alla pretesa onestà intellettuale degli artisti delle avanguardie. Essi si mossero nell’ambito dello spiritualismo esoterico, in particolare in quello di tipo orfico.
[45] Il mito di Faust trae origine da un personaggio reale, Johannes Faust, detto anche magister Georg Sabellicus, nato forse a Heidelberg intorno al 1480 e vissuto fino al 1540, girovagando in diverse parti della Germania. Esso è citato da vari contemporanei, tra cui Lutero e Melantone, generalmente con frasi di disprezzo e di orrore. Le imprese di magia nera tentate dal dottor Faust fecero presto fiorire intorno a lui la leggenda.
[46] Wolfe dà una spiegazione insoddisfacente, nel suo libro, del perché Gropius fosse definito Principe d’Argento:
«In senso stretto, non era un aristocratico, dato che il
padre, pur benestante, non apparteneva alla nobiltà. Ma la gente non poteva far
a meno di prenderlo per tale. Il pittore Paul Klee, che insegnò al Bauhaus,
chiamò Gropius “il Principe d’Argento”. L’Argento gli si addiceva, appunto:
l’oro sarebbe stato troppo sgargiante per un uomo così fine e preciso. Gropius
sembrava un aristocratico che, grazie a una miracolosa sensibilità, avesse
conservato ogni virtù della sua stirpe, sbarazzandosi d’ogni snobismo e d’ogni
peso morto del passato».
Tom Wolfe, op. cit., p. 10.
Si dà il caso però che Paul Klee fosse seguace di Steiner: l’argento, contrapposto all’oro, è un riferimento troppo esplicito a Lucifero, lo spirito lunare. Chi vedeva Klee in Gropius?
[47] Tom Wolfe, op. cit., pp. 101-102.
[48] Sulla intraducibilità dei concetti del pensiero immanentista (sia esso forte, sia debole) in quelli del pensiero realista si veda Alasdair Macintyre, Enciclopedia, Genealogia e Tradizione (Tre versioni rivali di ricerca morale), Massimo, Milano 1993.
Le due visioni del mondo sono inconciliabili innanzitutto a causa degli errori in cui incappa il pregiudizio immanentista, che vuole porre a tutti i costi la ragione come fondamento della realtà. Per giustificare le numerose incongruenze che derivano da questa impostazione, i pensatori immanentisti sono costretti a negare, in mala fede, i primi principi della metafisica, in particolare il principio di non contraddizione. Secondo questo principio, che chiunque può cogliere servendosi del senso comune, è impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e nella medesima relazione. Che validità può avere una lettura della realtà che si trinceri dietro il rifiuto di principi tanto evidenti?
Tali presupposti rendono impossibile un dialogo fra l’analisi realista del mondo e le molteplici interpretazioni date dalle filosofie post-cartesiane.
[49] Con questo termine viene indicato il complesso dei caratteri propri di un periodo della storia dell’arte. Dato che la ricerca disciplinare sovrintende la precisa classificazione di ogni stile, è lecito aggiungere un attributo al sostantivo solo dopo che gli esperti ne abbiano fornito una definizione. Si può dire quindi stile bizantino o stile floreale, ma non stile inglese. Questo approccio metodico alle epoche artistiche risale al tempo dell’Enciclopédie di Diderot e D’Alembert.
«È nel Settecento, infatti, che la parola “stile” diventa l’antitesi di “maniera” anziché un suo sinonimo. Goethe, ad esempio, considera lo stile (quello greco) come un carattere oggettivo; lo stile diventa una specie di “valore assoluto, che trascende la personalità di un artista”. In questo senso viene codificato anche da Quatremère de Quincy nel Dictionnaire Méthodique. Lo stile viene inteso non più come un linguaggio collettivo (come era stato, ad esempio, il Gotico) bensì come un sistema oggettivo di forme, che include tutti i contenuti». Luciano Patetta, op. cit., p. 42.
[50] Hans Ibelings, Supermodernism. Architecture in the age of globalization, Nai
Publishers, Rotterdam 1998.
[51] Il catarismo
è un’eresia neo-manichea, gnosticheggiante, dei secoli XI-XIII. Non era «un’interpretazione eterodossa di questo o quel dogma
cattolico. Era un sistema religioso completo, con una sua precisa concezione della
vita presente e di quella futura [...]. Non c’è dunque da stupirsi che abbia
cozzato frontalmente contro l’ordine sociale del Medioevo fondato sul
cristianesimo. Di più: la sua concezione profondamente pessimistica della vita
lo poneva contro qualunque ordine
sociale».
Cfr. Jean-Baptiste Guiraud, Elogio dell’Inquisizione, Leonardo, Milano 1994, p. 39.
[52] «Le Corbusier
era un uomo magro, sparuto, miope, che andava in giro su una bicicletta bianca,
con indosso un abito nero attillato, camicia bianca, cravatta nera, occhiali
neri, tondi, alla gufo, e bombetta nera in testa. Ai curiosi stupefatti, diceva
di vestirsi a quel modo per apparire il più netto e preciso e anonimo
possibile, per essere la perfetta figura producibile in serie, nell’era delle
macchine. Le case che progettava le chiamava macchine per abitare».
Tom Wolfe, op. cit., p. 26.
Si può segnalare, per inciso, che Corbu si recò appositamente a visitare il Goetheanum di Steiner nell’inverno tra il 1926 e il 1927. Qualcuno sostiene che la cappella di Notre Dame du Haut, realizzata da Le Corbusier a Ronchamps, non avrebbe mai potuto esistere senza il precedente steineriano.
[53] Antoni Gaudí, Idee per l’architettura, Jaca Book, Milano 1995, n. 57, p. 115.
[54] «La creazione continua
e il Creatore si avvale delle sue creature; chi cerca le leggi della natura per
conformare ad essa opere nuove, collabora con il Creatore. I copisti invece no.
Per questo motivo, l’originalità consiste nel tornare alle origini».
Antoni Gaudí, op. cit., n. 400, p. 276.
[55] Jacques Maritain, L’intuizione creativa nell’arte e nella poesia, Morcelliana, Brescia 1957, p. 166.
[56] “La parola
greca «symbolon» indicava la metà di un oggetto spezzato (per esempio un
sigillo) che veniva presentato come un segno di riconoscimento. Le parti rotte
venivano ricomposte per verificare l’identità di chi le portava. [...]”.
Catechismo della Chiesa Cattolica, cit., n. 188, p. 65.
[57] La dottrina dell’Einfühlung (partecipazione emotiva), che domina l’estetica tedesca tra la fine del secolo scorso e i primi decenni di questo, individua l’origine dell’arte nella capacità dello spirito di realizzare la propria vita sentimentale proiettandola sull’oggetto, in modo tale da innervare di forze intime la realtà fisica, di per sé fredda e insensibile, e farle acquistare un significato umano. Il soggetto, che non può creare la realtà, si immedesimerebbe con essa, invece di subirla passivamente, e diverrebbe sostanza delle cose a cui prestasse la sua anima. Uno dei fondamenti filosofici dell’Einfühlung è il panteismo.
[58] Andrej Tarkovskij, Il complesso di Tolstoj (Riflessioni sulla vita, l’arte e il film), in Il Nuovo Areopago, anno 16, n. 2/1997, pp. 73-74.
[59] Cfr. Marius Schneider, Pietre che cantano, Arché, Milano 1976.
[60] Proverbi 8, 22-31.
[61] Catechismo della Chiesa Cattolica, cit., n. 2500, p. 605.
[62] Penso, per esempio, alla chiesa a forma di busto umano che Salvatore Fiume avrebbe voluto costruire a Lipari. Un altro personaggio che non ha il senso della misura quando si improvvisa architetto è il pittore austriaco Friedensreich Hundertwasser, autore della famosa Öko-haus a Vienna. In questo e in altri suoi edifici sagome e colori sono stati affastellati oltre i limiti della sopportazione.
[63] «Mi voglio confessare: ci terrei che un critico scoprisse nei miei lavori certe intenzioni che ho sempre avuto. Vale a dire, un’enorme volontà di essere dentro la tradizione, ma senza fare i capitelli o le colonne, perché non si possono più fare. Neppure un dio inventerebbe oggi una base attica. Solo quella è bella - tutte le altre sono scorie; persino quelle di Palladio, sotto questo aspetto, sono porcherie. Nel trattare colonne e trabeazioni, solo la Grecia ha raggiunto l’apice della fierezza. Solo nel Partenone le sagome vivono come musica... » Cfr. il testo di una conferenza tenuta a Madrid nel 1978, raccolto in Francesco Dal Co, Giuseppe Mazzariol, Carlo Scarpa - opera completa, Electa, Milano 1984, p. 287.
[64] Egli estende il concetto a tutti i mestieri. Non si riferisce soltanto alle cosiddette belle arti, come accade oggi comunemente quando si usa il termine arte.
[65] S. Agostino, La vera religione 32, 59.
[66] «Nam ad pulchritudinem tria requiruntur.
Primo quidem, integritas sive perfectio: quæ enim diminuta sunt, hoc ipso
turpia sunt. Et debita proportio sive consonantia. Et iterum claritas: unde quæ
habent colorem nitidum, pulchra esse dicuntur».
S. Tommaso D’Aquino, Summa Theologiæ, I pars, quæstio 39, art. 8, contra. Il testo originale e la versione italiana sono tratti da S. Tommaso D’Aquino, La Somma Teologica, Salani, Città di Castello 1978, vol. III, pp. 258-259.
[67] «Il bello
invece riguarda la facoltà conoscitiva; belle infatti sono dette quelle cose
che viste destano piacere (pulchra enim
dicuntur quæ visa placent). Per cui
il bello consiste nella debita proporzione; poiché i nostri sensi si dilettano
nelle cose ben proporzionate, come in qualche cosa di simile a loro; il senso infatti
come ogni altra facoltà conoscitiva, è una specie di proporzione».
S. Tommaso D’Aquino, op. cit., I pars, quæstio 5, art. 1, ad 1. La traduzione è presa sempre dall’edizione Salani, op. cit., vol. I, p. 144.
[68] Per una sintesi della dottrina tomista sul bello cfr. Tomás Alvira, Luis Clavell, Tomás Melendo, Metafisica, Le Monnier, Firenze 1987, pp. 146-152.
Mi sia consentito di insistere su una questione che considero di vitale importanza: questa concezione del bello è profondamente radicata nella visione realista del mondo. Ma l’arte contemporanea si è sviluppata nell’alveo del pensiero immanentista. Per gli artisti di oggi la bellezza non esiste e l’arte (nel senso classico che veniva dato a questo termine) è morta. Rimane la critica. Essi non intendono infatti produrre opere belle, bensì comunicare attraverso gesti significativi. Non è il bello vagheggiato al di dentro di Michelangelo, la cui scultura è arte del levare, alla ricerca maieutica dell’opera d’arte nascosta dentro il blocco di marmo. Benché tale concezione sia collegata all’idealismo neoplatonico, attribuisce ancora troppo valore alla materia per i gusti degli artisti della nostra epoca. Ma il mondo interiore di un artista, per quanto sensibile possa essere, non è inesauribile se non si confronta con la realtà. È questo il motivo per cui le gallerie d’arte sono piene di bluff che i critici d’arte chiamano metafore.
[69] Catechismo della Chiesa Cattolica, cit., n. 2501, p. 605-606.
[70] Bruno Bozzini, Un metodo alla base del progetto, in Atti del I Corso di Arte e di Iconografia Cristiana, promosso dalla Associazione Il Baglio a Cefalù dall’1 al 6 agosto 1994, pp. 29-31.
[71] Giovanni 12, 24.
[72] Giovanni 3, 25-30.
[73] Andrej Tarkovskij, op. cit., p. 75.
[74] Catechismo della Chiesa Cattolica, cit., n. 2502, p. 606.
[75] Catechismo della Chiesa Cattolica, cit., n. 2503, p. 606. Cfr. anche i punti 1156-1158 su “Canto e musica” e i punti 1159-1162 su “Le sacre immagini”.
[76] Il buon selvaggio è la figura utopica dell’indigeno che, secondo Voltaire e Rousseau, non sarebbe corrotto dalla malvagità a cui l’animo dell’essere umano sarebbe indotto da ogni tipo di organizzazione sociale.
[77] L’opera, un affresco che si trova nella Cappella Capponi della chiesa di Santa Felicita a Firenze, rappresenta un grappolo sospeso di bellissime figure allucinate, in un cromatismo astrattamente prezioso e floreale.
Jacopo Carrucci detto il Pontormo nacque a Pontorme, Empoli, nel 1494 e morì a Firenze nel 1556. Vasari, che ne scrisse una penetrante biografia, ce lo presenta come un artista tormentato e come un uomo palesemente nevrotico, che viveva sempre solo in una strana casa. Questi caratteri risultano confermati da quanto ci è pervenuto del Diario del Pontormo (annate 1554-56), documento scarno e impressionante di sole notazioni sul cibo o sul lavoro.
[78] Gli gnostici sono molto infastiditi (proprio come il demonio) dall’evento storico dell’Incarnazione del Figlio di Dio, la cui Persona divina assunse la natura umana per intero, anima e corpo. Questo avvenimento testimonia la grande dignità dell’uomo nella sua integrità, rivelando il valore positivo sia dello spirito sia della carne. Il corpo non è la prigione dell’anima. La materia non è la negazione dello spirito. Tanto meno gli gnostici possono tollerare il fatto reale che Dio fatto Uomo abbia affrontato la Passione e la Morte in Croce, dando un valore salvifico al dolore.
Già nel I secolo d.C., gli gnostici doceti (dal greco dokèo, cioè sembro, appaio) «affermavano che in Gesù c’era solo la natura divina e, quindi, il suo corpo umano non era che “apparenza”. [...] Da qui derivava la convinzione che Gesù, in quel simulacro di corpo, non potesse soffrire, dunque non fosse passato attraverso l’inutile “sceneggiata” della crocifissione. Era successo così, secondo i doceti: capro espiatorio era stato proprio quel povero Cireneo che passava per caso, e le cui sembianze Gesù avrebbe preso, mentre l’altro assumeva le sue. Dunque, giunti sul Calvario, in croce c’era finito Simone, mentre Gesù se ne stava in incognita tra i carnefici, beffandosi di loro. Questa tesi stravagante (ce ne parla tra l’altro Ireneo), subito diffusa un po’ ovunque, finì anche in Arabia, dove influenzò Maometto». Vittorio Messori, Patì sotto Ponzio Pilato?, Società Editrice Internazionale, Torino 1992, p. 189.
L’Incarnazione, la Passione, la Morte e la Risurrezione del Figlio di Dio sono, oltre che fatti storici, misteri della fede, cioè trascendono le capacità della ragione umana senza contraddirne la logica. Non sono verità assurde, rientrano nella logica di Dio, vanno lette con la sapienza della Croce. Per comprendere questi misteri bisogna accostarsi ad essi con quell’atteggiamento umile che gli gnostici non hanno.
[79] Bernini e Borromini furono le due grandi figure, contemporanee eppure diversissime, dell’architettura barocca romana. Borromini mantenne un aspro dissidio con Bernini, più per insanabile opposizione di temperamento e scelte culturali che per particolari vicende biografiche.
Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598 - Roma 1680) fu architetto, scultore e scenografo. Nel 1623, con l’elezione di Urbano VIII al soglio pontificio, egli assunse giovanissimo una posizione di primissimo piano negli ambienti artistici romani e la sua fortuna non conobbe declino, se si eccettua il breve periodo di allontanamento dalla corte papale durante il pontificato di Innocenzo X. L’architettura del Bernini costituisce l’anima più classica e cinquecentesca del barocco romano.
Francesco Castelli, detto Borromini (Bissone, Canton Ticino, 1599 - Roma 1667), riuscì invece ad ottenere il primo incarico indipendente come architetto soltanto nel 1635, anno in cui gli vennero affidate la progettazione e la realizzazione del chiostro, degli ambienti conventuali e della chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, a Roma. La complessità geometrica degli edifici borrominiani, caratterizzati da un grande contrasto di forze e tensioni, è la costante delle invenzioni dell’artista. Egli arretra e flette le superfici murarie, ovvero conferisce loro un irresistibile slancio nell’assoluta continuità delle strutture. Personalità ombrosa, suscettibile e intransigente nei rapporti con i committenti, sovente in antitesi con gli ideali del suo tempo, portò nel suo operare di artista tutta la terribile tensione di un’accesa e tormentosa spiritualità.
[80] In Sicilia il caos del cantiere era detto in passato maragma.
[81] L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, Nota pastorale della Commissione episcopale per la liturgia della C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana), Roma 31 maggio 1996, nn. 2-3.
[82] I beni culturali della Chiesa in Italia, Decreto del Presidente della C.E.I., Roma 9 dicembre 1992.
[83] La progettazione di nuove chiese, Nota pastorale della C.E.I., Roma 18 febbraio 1993.
[84] Esiste un profondo iato (o uno Jato profondo?) fra la bellezza del sito naturale e della città ellenistica di Iaitas e la squallida morfologia urbana del paese di S. Giuseppe Jato, reso peraltro tristemente famoso per alcune vicende di cronaca nera legate alla mafia. Ma il luogo non è irredimibile.
[85] Non ci sono immagini dell’altare del Santissimo originale.
[86] “L’Eucaristia
è «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Conc.
Ecum. Vat. II, Lumen gentium,
11). «Tutti i sacramenti, come pure
tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente
uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella Santissima
Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso
Cristo, nostra Pasqua» (Conc. Ecum. Vat. II, Presbyterorum ordinis, 5)”.
Catechismo della Chiesa Cattolica, cit., n. 1324, p. 345.
[87] Si tratta di una stella con dodici vertici, non del cosiddetto sigillo di Salomone caro ai massoni, costituito da due triangoli equilateri che si compenetrano a vicenda (quello in alto rappresenterebbe il cielo, quello in basso la terra).
[88] Il chirò (o chrismon) è il famoso monogramma di Cristo (la prima lettera in greco del nome, X, attraversata dalla seconda lettera, P) che sarebbe apparso in sogno a Costantino prima della battaglia contro Massenzio. Gesù gli avrebbe ingiunto di inserirlo nel vessillo delle milizie imperiali, quello che più tardi ebbe il nome di labarum.
[89] “Il Concilio
di Trento riassume la fede cattolica dichiarando: «Poiché il Cristo, nostro
Redentore, ha detto che ciò che offriva sotto la specie del pane era veramente
il suo Corpo, nella Chiesa di Dio vi fu sempre la convinzione, e questo santo
Concilio lo dichiara ora di nuovo, che con la consacrazione del pane e del vino
si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo
di Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del
suo sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è
stata chiamata dalla santa Chiesa cattolica transustanziazione»
(Concilio di Trento: Denz. Schönm.,
1642)”.
Catechismo della Chiesa Cattolica, cit., n. 1376, p. 358.
[90] “ [...] «Che
cosa è l’altare di Cristo se non l’immagine del Corpo di Cristo?» - dice
sant’Ambrogio (De sacramentis, 5, 7:
PL 16, 447C), e altrove: «L’altare è l’immagine del Corpo [di Cristo], e il Corpo
di Cristo sta sull’altare» (De
sacramentis, 4, 7: PL 16, 437D). [...] ”
Catechismo della Chiesa Cattolica, cit., n. 1383, p. 360.
[91] Qui, come in tutte le parti del progetto, i colori del marmo sono usati con il valore simbolico desunto dalla tradizione: il bianco è la purezza, il rosso la divinità, il giallo la gloria, il verde la creazione.
[92] Sul Cristo totale o Christus totus cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, cit., nn. 787-796, pp. 217-219.
[93] Matteo 27, 57-60.
[94] Marco 16, 1-4.
[95] Giovanni 19, 41-42.
[96] “Essi
«soprattutto esercitano la loro funzione sacra nel culto o assemblea eucaristica, dove, agendo in persona di Cristo, e
proclamando il suo mistero, uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro
Capo e nel sacrificio della Messa rendono presente e applicano, fino alla
venuta del Signore, l’unico sacrificio del Nuovo Testamento, il sacrificio cioè
di Cristo, che una volta per tutte si offre al Padre quale vittima immacolata»
(Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 28). [...]“
Catechismo della Chiesa Cattolica, cit., n. 1566, p. 402.
[97] Cfr. la Istruzione su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti, Roma 15 agosto 1997. Il documento, approvato dal Papa, è stato elaborato da varie Congregazioni e Consigli Pontifici.
[98] Questa dottrina è stata esposta con grande chiarezza in Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici su vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, Roma 30 dicembre 1988.
[99] “Quando si
avvicinarono a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli
Ulivi, mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio che vi
sta di fronte, e subito entrando in esso troverete un asinello legato, sul
quale nessuno è mai salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà:
Perché fate questo? rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui
subito». Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori
sulla strada, e lo sciolsero. E alcuni dei presenti però dissero loro: «Che
cosa fate, sciogliendo questo asinello?». Ed essi risposero come aveva detto
loro il Signore. E li lasciarono fare. Essi condussero l’asinello da Gesù, e vi
gettarono sopra i loro mantelli, ed egli vi montò sopra”.
Marco 11, 1-42.
[100] Giovanni 4, 10-15.
[101] Isaia 12, 3.
[102] Ezechiele 47.
[103] Giovanni 7, 37-39.
[104] Siracide 24, 18.
[105] Ezechiele 36, 25 ss.
[106] Giovanni 19, 33-34.
[107] Sono state impiegate lastre da 0,7 mm, per un totale di 13 kg d’argento 800‰, di cui 5 nella porta.
[108] “Voi tutti assetati,
venite all’acqua;
chi non ha denaro venga lo stesso:
comprate e mangiate senza denaro
e senza prezzo vino e latte”.
Isaia 55, 1.
[109] Apocalisse 21, 21 - 22,1.
[110] L’arabo qubba equivale all’italiano cupola.
[111] Il nome del parco normanno deriva dall’arabo gennet-el-ardhy, paradiso della terra.
[112] Cfr. Giovanni 21, 1-14.
[113] «Il tracciato
delle canalizzazioni d’acqua che sgorgano dal pettine ripartitore diventa il
grafo augurale riportato nel tappeto nuziale. L’acqua è la linfa vitale che si
distribuisce attraverso le famiglie, per questo il gioiello simbolo di
fertilità legato al collo delle donne berbere è la stilizzazione in variegate
fogge della stessa struttura. Conoscendo i legami profondi della cultura
oasiana con le più antiche civiltà del deserto, come meravigliarsi che il
geroglifico egizio mes, che significa nascere, abbia la stessa forma?»
Pietro Laureano, La piramide rovesciata, cit., p. 66.
[114] Matteo 10, 2-4.
[115] Atti 1, 15-26.
[116] Cfr. Genesi 49, 1-28.
[117] Apocalisse 7, 4-8. Si tratta della famosa enumerazione simbolica dei centoquarantaquattromila eletti, dodicimila per ogni tribù.
[118] L’architettura è un’arte, peraltro una tra le più nobili. Esiste un abisso incolmabile tra le opere di architettura e le opere di edilizia, perché le ultime non sono creazioni d’artista, anche se possono avere (anzi dovrebbero avere sempre) una elevata qualità di concezione.
Beninteso le opere di edilizia sono spesso prodotto della progettazione di architetti, perché non è certo il titolo accademico che fa diventare architetti nel senso proprio del termine. Ma più spesso, in Italia, sono il prodotto del dilettantismo di tanti ingegneri e geometri (che la scuola non prepara a svolgere un compito così arduo), oppure degli stessi proprietari, che non disdegnano all’occorrenza di improvvisarsi architetti. Del resto, presto o tardi, arriva una nuova legge di sanatoria sulle case abusive che lascia tutti contenti.
[119] S. Giuseppe Jato si trova all’interno del territorio dell’arcidiocesi di Monreale.
[120] Genesi 8, 20 - 9, 13.
[121] Cfr. Jacques Maritain, I tre riformatori: Lutero, Cartesio, Rousseau, Morcelliana, Brescia 198320.